«A volte il silenzio è anche troppo»: viaggio a Opi, il borgo di “Un mondo a parte” dove il cinema racconta la realtà dello spopolamento

Ci sono viaggi che cominciano con una destinazione precisa e finiscono per raccontare qualcosa di completamente diverso. Il mio a Opi, uno dei borghi più belli d’Italia, nel cuore del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, è cominciato quasi per caso, durante una giornata che avevo deciso di dedicare ai colori dell’autunno. E si è trasformato in una storia di incontri, ricordi e riflessioni sul futuro dei piccoli paesi dell’Appennino.

È anche questo lo spirito con cui, nei mesi scorsi, abbiamo inaugurato su Neve Appennino la rubrica “Storie dei Borghi”: attraversare i territori, conoscere chi li abita, raccogliere testimonianze e raccontare quelle attività, quelle tradizioni e quei modi di vivere che, con il passare degli anni, rischiano di scomparire.

Il nostro viaggio attraverso i borghi e i paesaggi dell’Appennino prosegue anche con il Calendario Neve Appennino 2027, dedicato alle immagini e alle storie delle nostre montagne.

Tornante della strada di Forca d'Acero circondato da faggi con foglie gialle e arancioni

I boschi autunnali di Forca d’Acero lungo la strada verso Opi. Foto: Emanuele Valeri

Da Forca d’Acero a Opi, una deviazione che non avevo programmato

Venerdì scorso ero in viaggio verso l’Abruzzo. Avevo deciso di attraversare Forca d’Acero, uno dei luoghi più suggestivi dell’Appennino centrale per ammirare e fotografare il foliage autunnale.

Quest’anno, tuttavia, lo spettacolo mi è sembrato meno intenso rispetto a quello dello scorso autunno. I colori ci sono, naturalmente, e attraversare quei boschi rimane un’esperienza bellissima, ma molte foglie appaiono già secche e alcune chiome sembrano aver perso in anticipo la loro vivacità. Mi sono chiesto se le condizioni particolarmente calde e asciutte dell’estate possano aver accelerato questo processo. È una possibilità, anche se per stabilirlo servirebbero dati e osservazioni specifiche.

Nonostante tutto, Forca d’Acero conserva un fascino straordinario. I tornanti attraversano boschi di faggio che, in questa stagione, assumono sfumature di giallo, arancio e marrone, accompagnando chi scende verso il versante abruzzese.

È proprio durante la discesa che, arrivato a un bivio, leggo un cartello: OPI.

Cartello stradale Opi lungo la strada di accesso al borgo abruzzese

L’ingresso al paese di Opi, tra i borghi più belli d’Italia, visitato durante un reportage di Neve Appennino

Era da molto tempo che desideravo visitare questo piccolo borgo, ma per una ragione o per l’altra non ero mai riuscito a farlo. Questa volta decido di svoltare.

La strada comincia a salire attraverso una serie di bellissimi tornanti. A ogni curva il panorama si allarga, mostrando i boschi, i prati e le montagne che circondano il paese. Poi, finalmente, raggiungo il centro abitato.

Parcheggio lungo la strada, prendo la macchina fotografica e comincio a camminare.

Non immaginavo che quella semplice deviazione mi avrebbe portato a conoscere una storia così particolare.

Veduta aerea del borgo di Opi circondato dai boschi autunnali del Parco nazionale d'Abruzzo

Opi, il borgo del Parco nazionale d’Abruzzo dove è stato girato Un mondo a parte. Foto: Emanuele Valeri

A Opi, dove le scene di “Un mondo a parte” sembrano ancora vive

Appena entro nel centro storico provo una sensazione curiosa: mi sembra di conoscere già quei luoghi, anche se non ci sono mai stato.

Il motivo è semplice. Opi è stato uno dei principali set di “Un mondo a parte”, il film del 2024 diretto da Riccardo Milani, con Antonio Albanese e Virginia Raffaele.

La pellicola racconta la storia di Michele Cortese, interpretato da Albanese, un maestro elementare che, dopo tanti anni trascorsi a insegnare a Roma, decide di lasciarsi alle spalle la vita caotica della Capitale e trasferirsi in un piccolo paese dell’Appennino.

Lì trova una realtà molto diversa, fatta di neve, silenzi, difficoltà quotidiane e una scuola con pochissimi bambini, minacciata dalla chiusura per mancanza di iscrizioni.

Il paese del film si chiama Rupe, un nome di fantasia, ma molte delle sue scene sono state girate proprio a Opi, oltre che in altre località del Parco nazionale d’Abruzzo.

A pochi passi da dove ho parcheggiato riconosco il luogo utilizzato per rappresentare l’Istituto “Cesidio Gentile”, detto Jurico, la scuola del film.

Proseguo tra i vicoli e incontro diversi pannelli fotografici che ricordano le riprese. Sono immagini con i protagonisti, scene diventate familiari a chi ha visto la pellicola e indicazioni sui luoghi utilizzati dalla produzione.

Camminando ho quasi l’impressione di ritrovarmi dentro il film.Poi, davanti a una casa, la mia attenzione viene catturata da un altro pannello.

C’è scritto: “Casa del Maestro Michele”.

La casa del maestro Michele e l’incontro con Donata

Casa del Maestro Michele a Opi con il pannello di Un mondo a parte, un portone e un vicolo lastricato in pietra

La casa utilizzata come ambientazione per il maestro Michele Cortese, interpretato da Antonio Albanese, nel film Un mondo a parte. Il luogo si trova nel centro storico di Opi

Mi fermo a osservare la fotografia. È una delle scene che ricordo meglio.

Antonio Albanese, nei panni del maestro Michele Cortese, è seduto completamente avvolto nelle coperte, infreddolito e incapace di accendere la stufa della casa in cui si è trasferito. Sarà uno dei suoi alunni ad aiutarlo, riuscendo ad accendere il fuoco.

È una scena divertente, ma anche significativa, perché racconta con ironia il difficile adattamento di chi arriva dalla città e scopre una montagna che non è soltanto quella delle vacanze.

Mentre osservo il pannello, una signora anziana, che a occhio e croce potrebbe avere più di 75 anni, nota la mia presenza.

Casa del Maestro Michele a Opi con il pannello di Un mondo a parte, un portone e un vicolo lastricato in pietra.

La casa utilizzata come ambientazione per il maestro Michele Cortese, interpretato da Antonio Albanese, nel film Un mondo a parte. Il luogo si trova nel centro storico di Opi.

Cominciamo a parlare.

Si chiama Donata e abita proprio accanto alla casa utilizzata per le riprese. Mi indica la sua abitazione e mi spiega che il film è stato girato nel portone immediatamente vicino.

Mi presento, le racconto di Neve Appennino e del progetto “Storie dei Borghi”. Da una semplice curiosità legata al cinema, la conversazione si sposta rapidamente sulla vita del paese.

A un certo punto Donata pronuncia una frase che mi rimarrà impressa:

«Alcune volte il silenzio è anche troppo».

Sono poche parole, ma raccontano moltissimo.

Per chi arriva da fuori, il silenzio di questi borghi rappresenta spesso un privilegio. È ciò che cerchiamo quando vogliamo allontanarci dal traffico, dalla confusione, dal ritmo frenetico delle nostre città.

Per chi ci vive ogni giorno, invece, quel silenzio può avere un significato completamente diverso.

Può essere tranquillità, certamente. Ma può anche essere il segno delle persone che non ci sono più, delle case rimaste vuote, delle attività che hanno abbassato definitivamente le serrande.

Donata, intanto, mi presenta suo marito.

Si chiama Andrea e ha 82 anni.

Andrea Di Marino seduto su una panchina nel centro storico di Opi davanti alle case in pietra

Ritratto ambientato di Andrea Di Marino, testimone delle trasformazioni sociali e demografiche del borgo abruzzese

«Giovane, cosa ti serve? Mettiamoci al sole»: Andrea e la memoria di Opi

Andrea mi accoglie con una spontaneità che difficilmente dimenticherò.

«Giovane, cosa ti serve? Mettiamoci al sole».Cominciamo a conversare all’aperto, approfittando della bella giornata. Ben presto, però, capisco di avere davanti una persona che conosce profondamente la storia del proprio paese.

Andrea Di Marino è uno studioso e un custode della memoria locale. Mi racconta di aver scritto sette libri e di essere in procinto di pubblicarne un altro.

Quando la conversazione entra più nel dettaglio, mi invita nella sua abitazione e mi accompagna fino allo studio.Qui cominciamo a parlare dei suoi lavori, delle vicende del passato e di come il paese sia cambiato nel corso dei decenni.Tra i libri che mi mostra, uno cattura immediatamente la mia attenzione.Sulla copertina c’è una vecchia fotografia in bianco e nero e un titolo particolare: “Il ragazzo dalle scarpe con le centrelle”.Andrea mi racconta che suo padre aveva subito un furto e che quella fotografia, quasi per caso, era stata successivamente ritrovata.

Da quell’immagine è nato un libro nel quale vicende personali e familiari si intrecciano con una parte romanzata.

Mi colpisce soprattutto il modo in cui Andrea custodisce questi ricordi. Non sono semplicemente fatti appartenenti al passato, ma frammenti di una comunità, testimonianze di un mondo che nel tempo è cambiato profondamente.

E proprio da quei ricordi cominciamo a parlare dell’Opi di oggi.

«Quando ero bambino eravamo più di mille»: il paese che si è svuotato

Andrea mi racconta che quando era bambino Opi contava oltre mille abitanti. Oggi ne sono rimasti poco più di trecento.

Un dato che trova riscontro anche nelle statistiche demografiche: alla fine del 2024 il Comune contava 371 residenti.Dietro questi numeri, però, ci sono storie e cambiamenti che nessuna tabella può raccontare fino in fondo.

Andrea ricorda un paese con più attività commerciali e diversi bar, luoghi nei quali le persone potevano incontrarsi, fermarsi a parlare e trascorrere parte della giornata.

Con il passare degli anni, molti di questi esercizi hanno chiuso.

E quando chiude un bar in un piccolo centro di montagna, non scompare soltanto un’attività economica. Viene meno anche uno spazio di socialità, un luogo di incontro che spesso rappresenta un punto di riferimento per l’intera comunità.

La nostra conversazione si sposta poi sui bambini e sulle scuole.

Andrea mi racconta che i suoi nipoti devono prendere il pulmino per raggiungere la scuola fuori dal paese.

È una situazione che conoscono bene molte famiglie delle aree interne dell’Appennino, dove la progressiva diminuzione degli abitanti e delle nascite ha portato nel tempo all’accorpamento o alla chiusura di numerosi plessi scolastici.

Ed è proprio qui che la realtà torna a intrecciarsi con il cinema.

Andrea Di Marino, 82 anni, mostra il libro Il ragazzo dalle scarpe con le centrelle nel suo studio

Andrea Di Marino mostra uno dei suoi libri durante l’incontro con Neve Appennino. Foto: Emanuele Valeri

Il film di Riccardo Milani e quella scuola che nella realtà ha chiuso davvero

Nel film Un mondo a parte, la piccola scuola nella quale insegna Michele Cortese rischia di chiudere perché non ci sono abbastanza bambini.

Il maestro e la vicepreside Agnese, interpretata da Virginia Raffaele, provano a trovare una soluzione per evitare che il paese perda uno dei suoi presìdi più importanti.

Guardando il film, si potrebbe pensare a una storia costruita per il cinema. Ma chi conosce queste montagne sa quanto sia vicina alla realtà.

Basta pensare a quello che è accaduto a Villetta Barrea, sempre nel territorio del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Nel giugno 2024 venne annunciato che la scuola primaria e dell’infanzia non avrebbe riaperto a settembre per le normali attività didattiche. Gli alunni della pluriclasse, appena dieci, sarebbero stati trasferiti nella vicina Barrea. L’edificio sarebbe comunque rimasto a disposizione per attività pomeridiane ed extrascolastiche.

Una vicenda che dimostra come il racconto cinematografico di Riccardo Milani non sia poi così distante dalla quotidianità di questi territori.

Perché la perdita di una scuola, in un paese di poche centinaia di abitanti, non riguarda soltanto l’istruzione.

Riguarda le famiglie, i servizi, la possibilità per i giovani di restare e, in definitiva, il futuro stesso della comunità.

Andrea e Riccardo Milani: «Il film? Non l’ho visto, l’ho vissuto»

Andrea Di Marino accanto al pannello del film Un mondo a parte con Virginia Raffaele e Antonio Albanese

Andrea Di Marino davanti al pannello di Un mondo a parte: il cinema e la vita del paese si incontrano. Foto: Emanuele Valeri.

A un certo punto torno a parlare con Andrea di Un mondo a parte.Gli chiedo se abbia visto il film.La sua risposta mi sorprende. Mi spiega di non averlo visto, perché in qualche modo quella storia l’ha già vissuta in prima persona.

Durante il periodo delle riprese ha avuto modo di conoscere e parlare a lungo con Riccardo Milani, confrontandosi con il regista in diverse occasioni.

Ma soprattutto, come mi racconta, conosce bene le difficoltà rappresentate sul grande schermo.

Lo spopolamento, i servizi che scompaiono, le scuole con sempre meno bambini, le attività che chiudono e la fatica di continuare a vivere in un territorio bellissimo, ma non sempre facile.Per Andrea, insomma, Un mondo a parte non è soltanto un film.È il racconto di qualcosa che ha visto accadere durante la propria vita.

Mentre lo ascolto, ripenso alle parole pronunciate poco prima da Donata. «Alcune volte il silenzio è anche troppo».

Forse è proprio in queste due testimonianze che si trova il significato più profondo di ciò che Riccardo Milani ha voluto raccontare.La montagna non è soltanto un paesaggio da ammirare. È anche un luogo in cui vivere, crescere i figli, lavorare e invecchiare.Ed è un mondo che non può sopravvivere soltanto grazie alla propria bellezza.Andrea mi ricorda anche che Opi aveva già ospitato altre produzioni cinematografiche in passato, prima dell’arrivo di Un mondo a parte.

Poi, dopo una lunga conversazione, arriva il momento di salutarci.Mi lascia il suo indirizzo di posta elettronica, spiegandomi che non ama particolarmente utilizzare il cellulare.Un altro piccolo dettaglio che mi strappa un sorriso.

La vita a Opi, tra chi parte e chi sceglie di arrivare

Lasciata la casa di Andrea e Donata, decido di proseguire la visita.Mi fermo anche in Comune, dove incontro una signora gentilissima, originaria di Roma, che ha scelto di trasferirsi proprio a Opi.

Anche con lei scambio qualche parola sulla vita in questo piccolo centro di montagna.Mi racconta che vivere qui non è semplice e che, per scegliere un paese come Opi, bisogna apprezzare davvero questo stile di vita.Il luogo, naturalmente, è bellissimo. Ma la bellezza del paesaggio, da sola, non basta a cancellare le difficoltà della quotidianità.

Mi colpisce il contrasto tra le storie ascoltate durante la mattinata.Da una parte Andrea e Donata, testimoni di un paese che negli anni ha perso tanti abitanti e diversi punti di riferimento.Dall’altra una persona che ha compiuto il percorso opposto, lasciando Roma per scegliere di vivere proprio qui.

Due esperienze differenti che raccontano quanto siano complesse le dinamiche dei piccoli borghi appenninici.

«Ma è proprio qui che hanno girato il film?»: il cinema che riporta i turisti nei vicoli

Prima di ripartire decido di concedermi un’ultima passeggiata.

Attraverso ancora una volta i vicoli, osservo le case in pietra e i piccoli dettagli di un paese che sembra custodire la propria identità.

Durante il percorso incontro diversi turisti. Alcuni si sono fermati a Opi proprio perché hanno visto Un mondo a parte e desiderano conoscere i luoghi delle riprese.

A un certo punto un signore, accompagnato dalla moglie, mi rivolge una domanda:

«Ma è proprio qui che hanno girato il film?».

È una domanda semplice, che però mi fa riflettere sulla straordinaria capacità del cinema di accendere la curiosità verso luoghi che, altrimenti, molte persone non avrebbero mai pensato di visitare.

Una pellicola può far conoscere un paese, portare visitatori, spingere qualcuno a fermarsi davanti a una casa o a percorrere un vicolo.

E Opi, sotto questo punto di vista, ne è un esempio evidente.

Ma l’aspetto che mi ha colpito maggiormente è un altro.

Durante l’intera visita ho avuto più volte la sensazione di rivivere in prima persona alcune scene del film.

Non soltanto perché riconoscevo i luoghi utilizzati durante le riprese, ma perché le persone incontrate mi stavano raccontando proprio quelle difficoltà che la storia di Michele Cortese aveva portato sul grande schermo.

Opi, un mondo a parte che merita di continuare a vivere

Veduta aerea del borgo di Opi, con le case dai tetti rossi circondate dai boschi autunnali e dalle montagne del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise

Opi vista dall’alto, tra i boschi autunnali del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Il borgo ha ospitato le riprese del film Un mondo a parte. Foto: Emanuele Valeri

Quando torno verso la macchina ripenso a come era cominciata la giornata.

Ero partito con l’intenzione di fotografare i colori autunnali di Forca d’Acero. Non avevo programmato una visita a Opi, né immaginavo di ritrovarmi nello studio di Andrea, ad ascoltare i suoi ricordi e a sfogliare un libro nato da una vecchia fotografia.

Eppure, alla fine, sono proprio questi incontri a rimanermi maggiormente impressi.

I paesaggi dell’Appennino sono straordinari. I boschi, le montagne, i borghi arroccati e le strade che li attraversano offrono immagini capaci di emozionare in ogni stagione.

Ma dietro quelle immagini ci sono persone che vivono una realtà molto diversa da quella che noi visitatori conosciamo durante una giornata di vacanza.

Ci sono paesi che hanno perso centinaia di abitanti, scuole che non riescono più a rimanere aperte, attività commerciali che scompaiono e comunità che cercano di custodire la propria identità.

E ci sono persone come Andrea e Donata, che attraverso i loro racconti permettono di comprendere meglio cosa significhi vivere in questi territori.

Forse è proprio questa la missione più importante della nostra rubrica “Storie dei Borghi”: non fermarsi alla bellezza di un luogo, ma ascoltare le persone che continuano a renderlo vivo.

Riccardo Milani, con Un mondo a parte, ha avuto il merito di portare sul grande schermo una realtà che troppo spesso rimane lontana dall’attenzione generale.

Ma se il cinema può accendere i riflettori, spetta poi a tutti noi evitare che, una volta terminato il film, su questi paesi torni il silenzio.

Quel silenzio che Donata, con poche parole, mi ha insegnato a guardare in maniera diversa.

«Alcune volte il silenzio è anche troppo».

E forse, prima di lasciare Opi, è proprio questa la frase che porterò con me più a lungo.

Con il Calendario Neve Appennino 2027 continuiamo a raccontare la bellezza delle nostre montagne e dei territori che le circondano. Un invito a guardare l’Appennino non soltanto attraverso i suoi paesaggi, ma anche attraverso le storie delle persone che lo abitano.

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