In questo borgo d’Abruzzo un fiume faceva funzionare tre mulini e una ramiera: la storia della Valle dei Mulini

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In questo borgo d’Abruzzo un fiume faceva funzionare tre mulini e una ramiera: la storia della Valle dei Mulini

C’è stato un tempo in cui bastava la corrente di un fiume per far funzionare una parte importante dell’economia di un paese. L’acqua metteva in movimento le macine, azionava i macchinari e accompagnava il lavoro quotidiano di mugnai e artigiani. Non servivano motori elettrici, ma ingegno, esperienza e una profonda conoscenza del territorio.

A Pettorano sul Gizio, uno dei borghi più caratteristici della Valle Peligna, in provincia dell’Aquila, quel passato non è scomparso del tutto. A pochi passi dal centro storico, nei pressi delle sorgenti del fiume Gizio, sopravvive un complesso di antichi edifici produttivi che racconta una storia poco conosciuta dell’Abruzzo.

È la Valle dei Mulini, un luogo dove per secoli la forza dell’acqua ha alimentato tre mulini, una gualchiera e una ramiera, trasformando un tratto di fiume in un piccolo sistema produttivo. Oggi gli edifici restaurati, le vecchie macine e i canali di alimentazione rappresentano un patrimonio di archeologia industriale immerso nella natura della Riserva Monte Genzana Alto Gizio.

Antico edificio in pietra della Valle dei Mulini a Pettorano sul Gizio, attraversato dalle acque del fiume Gizio.

Uno degli antichi opifici della Valle dei Mulini a Pettorano sul Gizio, dove la forza dell’acqua alimentava le attività produttive del borgo abruzzese

Quando il fiume Gizio dava lavoro a un’intera comunità

Per comprendere l’importanza di questo luogo bisogna immaginare la vita quotidiana di Pettorano nei secoli passati, quando gran parte delle attività produttive dipendeva direttamente dalle risorse naturali disponibili.

Il Gizio non era soltanto il corso d’acqua che attraversava il territorio. Era una fonte di energia da utilizzare con attenzione, attraverso un sistema di canali e opere capaci di deviarne e regolarne la corrente.

Lungo il suo percorso sorgevano il mulino De Stephanis, il mulino feudale della famiglia Cantelmo e quello comunale, tutti dotati di ruote idrauliche orizzontali. A questi si affiancava una gualchiera, utilizzata nella lavorazione dei tessuti, insieme a una ramiera legata alla stessa famiglia Cantelmo.

La corrente metteva in movimento ruote e meccanismi, permettendo di macinare i cereali e di svolgere lavorazioni artigianali che richiedevano una notevole quantità di energia.

Non si trattava di edifici isolati. Gli opifici erano collegati da un insieme di infrastrutture, comprese le cosiddette gore, i canali artificiali attraverso i quali l’acqua raggiungeva gli impianti.

Lungo il Gizio, le ricostruzioni storiche ricordano anche la presenza di altre attività, tra cui filatoi per la seta e polveriere. Un quadro che restituisce l’immagine di un territorio nel quale l’acqua rappresentava una vera risorsa economica.

Una storia che affonda le radici nei secoli

La tradizione dei mulini idraulici in Abruzzo è molto antica. Alcune fonti archivistiche ne documentano la presenza nella regione già nell’VIII secolo, mentre per la Valle Peligna esistono testimonianze relative ad affitti e vendite di mulini lungo il Gizio, nel territorio di Sulmona, a partire dal 1130.

Per Pettorano sul Gizio, invece, uno dei riferimenti documentari più significativi risale al 1577, quando la zona degli antichi opifici compare già identificata con il toponimo «Molino».

Non significa necessariamente che tutti gli edifici oggi visibili esistessero già in quell’anno, ma dimostra quanto il rapporto tra il territorio e la lavorazione legata all’acqua abbia radici profonde.

La famiglia Cantelmo, che esercitò il potere feudale su Pettorano per diversi secoli, possedeva già nel Cinquecento la gualchiera e la ramiera. Anche il mulino feudale compare tra i beni del duca Ottavio Cantelmo nel 1595.

L’acqua, tuttavia, non era soltanto una risorsa naturale. Il suo utilizzo aveva un valore economico e rappresentava anche una questione di potere.

Il mulino De Stephanis e la contesa per il diritto di macinare

Uno degli episodi più interessanti riguarda la costruzione dei nuovi mulini alla fine del Settecento.

Per lungo tempo il mulino feudale aveva occupato una posizione privilegiata. Già nel 1747 le comunità di Pettorano e Roccavallescura avevano chiesto di poter costruire nuovi impianti, incontrando però l’opposizione del feudatario, che rivendicava un diritto esclusivo.

La situazione cambiò progressivamente sul finire del secolo.

Nel 1793 Filippo De Stephanis avviò la costruzione di un mulino, completato nel 1799. Nello stesso anno anche la comunità di Pettorano realizzò il proprio impianto.

La presenza di più mulini segnò una trasformazione importante nell’organizzazione economica locale, fino ad allora condizionata dai privilegi feudali.

Tra il 1859 e il 1860 il mulino De Stephanis venne ulteriormente ampliato, con l’aggiunta di due palmenti e la realizzazione di un nuovo canale di alimentazione.

Un intervento che dimostra quanto fosse importante disporre di un flusso d’acqua adeguato. La distribuzione della corrente, infatti, poteva favorire un opificio e penalizzarne altri, alimentando interessi e contrasti.

Quando la tassa sul macinato provocò le rivolte popolari

La storia della Valle dei Mulini non è fatta soltanto di costruzioni, macchinari e innovazioni.

Nel 1871 gli opifici di Pettorano furono coinvolti nei tumulti popolari legati alla tassa sul macinato, introdotta dallo Stato italiano nel 1868.

Era un’imposta particolarmente contestata, perché colpiva la macinazione dei cereali e finiva per incidere sul costo di un alimento essenziale come il pane.

In una società nella quale il grano e la farina avevano un ruolo fondamentale nell’alimentazione quotidiana, quel tributo suscitò proteste e tensioni.

Anche Pettorano ne fu interessata. Il mulino comunale, costruito appena settantadue anni prima, venne distrutto durante le rivolte del 1871.

È forse uno degli aspetti più significativi di questa vicenda: gli stessi edifici che garantivano il sostentamento della popolazione divennero parte di un conflitto sociale.

Il fiume dava energia al lavoro, ma attorno al controllo delle macine si intrecciavano questioni economiche, diritti e rapporti di potere.

Oggi la Valle dei Mulini è un patrimonio di archeologia industriale

Vecchi volantini metallici di regolazione dell'acqua lungo un canale della Valle dei Mulini a Pettorano sul Gizio.

I meccanismi di regolazione dell’acqua nella Valle dei Mulini, testimonianza dell’ingegno con cui veniva sfruttata l’energia del fiume Gizio.

Chi raggiunge oggi la Valle dei Mulini trova un paesaggio profondamente diverso da quello dei secoli passati.

Al posto del rumore incessante delle lavorazioni rimangono il corso del Gizio, gli edifici storici e le tracce delle infrastrutture che un tempo permettevano agli opifici di funzionare.

Il recupero di alcune strutture ha consentito di conservare una parte significativa di questo patrimonio.

Nel mulino De Stephanis è possibile osservare una delle macine recuperate e funzionanti, testimonianza concreta del meccanismo che trasformava l’energia della corrente in movimento.

Il mulino Cantelmo, sviluppato su due livelli e un tempo dotato anche degli ambienti destinati all’alloggio del mugnaio, è stato restaurato. Conserva al suo interno le tracce degli antichi palmenti.

Della struttura comunale, più piccola rispetto alle altre, restano invece le testimonianze architettoniche, mentre l’impianto originario di macinazione è andato perduto.

Anche la gualchiera e ramiera contribuisce a raccontare la varietà delle lavorazioni che si svolgevano nella valle.

Non meno importanti sono i canali, gli sbarramenti e le opere di regolazione. Senza queste infrastrutture, infatti, nessuno degli opifici avrebbe potuto sfruttare efficacemente la forza del fiume.

Un luogo dove la natura conserva la memoria del lavoro

La particolarità della Valle dei Mulini è anche la sua collocazione geografica.

Ci troviamo all’interno della Riserva naturale regionale Monte Genzana Alto Gizio, un’area protetta che comprende ambienti fluviali, boschi e paesaggi montani di grande valore naturalistico.

Qui l’archeologia industriale non è separata dalla natura. Al contrario, gli antichi opifici fanno parte di un territorio che nei secoli è stato modellato sia dall’acqua sia dalle attività umane.

Il collegamento con il centro storico è testimoniato anche dalla presenza della Porta del Mulino, uno degli antichi accessi al borgo che conduceva verso gli impianti produttivi lungo il fiume.

Passeggiando nell’area è ancora possibile riconoscere il rapporto tra la posizione degli edifici, il corso dell’acqua e il sistema di canalizzazione.

Ogni struttura aveva una ragione precisa per trovarsi in quel punto. Nulla era casuale: la disponibilità dell’acqua, la pendenza del terreno e la possibilità di regolare la corrente determinavano il funzionamento dell’intero complesso.

La lezione di un antico sistema energetico

C’è un aspetto della Valle dei Mulini che rende questa storia particolarmente attuale.

Oggi si parla molto di energie rinnovabili, sostenibilità e utilizzo delle risorse locali. Ma per secoli le comunità dell’Appennino hanno costruito parte della propria economia proprio attorno alla forza dell’acqua.

Naturalmente non si trattava delle tecnologie di oggi. Erano sistemi meccanici, nati dalla necessità e perfezionati attraverso il lavoro di generazioni di artigiani.

Eppure il principio era già quello di sfruttare una risorsa naturale per produrre energia utile alla comunità.

A Pettorano sul Gizio, tutto questo è ancora leggibile nel paesaggio.

Le macine, gli edifici in pietra e i canali raccontano un mondo nel quale il fiume non rappresentava soltanto un elemento da ammirare, ma una presenza indispensabile alla vita economica del paese.

La Valle dei Mulini è dunque molto più di un insieme di antiche costruzioni: è la memoria di una comunità che aveva imparato a trasformare l’acqua in lavoro, prima ancora che l’elettricità cambiasse il modo di vivere delle nostre montagne.


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