A Cartore sono rimasti Mauro e sua moglie: «Qua è un paradiso». La storia di chi non se n’è mai andato

A Cartore, prima di raggiungere il parcheggio da cui tanti escursionisti iniziano a camminare verso le montagne della Duchessa, c’è una casa che merita una sosta. Qui vive Mauro Di Carlo, Casa D’Eusebio, insieme alla moglie e a Nino, un pastore abruzzese di due anni. Per molti questo borgo è un punto di partenza. Per lui è il luogo in cui è nato, ha frequentato la scuola, ha lavorato e ha scelto di restare.

Mauro D’Eusebio con il pastore abruzzese Nino davanti alla porta della sua abitazione a Cartore.

– Mauro D’Eusebio e il suo inseparabile Nino davanti alla casa di Cartore.

Il nostro racconto nasce da due visite a Cartore. La prima, il 16 agosto 2026, quando noi di Neve Appennino, Emanuele Valeri e Thomas Di Fiore, non abbiamo trovato Mauro, ma abbiamo avuto l’occasione di parlare con sua sorella. Siamo tornati il 26 settembre, incontrando finalmente Mauro e raccogliendo dalla sua voce i ricordi e le storie del borgo. Le informazioni e le testimonianze riportate in questo articolo sono il frutto di questi incontri.

«Io ci sono nato proprio», racconta Mauro. E precisa di essere nato lì, in una casa del borgo, nemmeno in ospedale. È un dettaglio che restituisce la profondità del suo legame con Cartore: ogni edificio, ogni strada e ogni montagna attorno appartengono alla sua vita.

Quando a Cartore c’erano la scuola e i bambini

Strada alberata a Cartore, con la jeep di Mauro D’Eusebio e la sua abitazione in lontananza.

– La strada di Cartore: in lontananza, la jeep e l’abitazione di Mauro D’Eusebio.

Nel ricordo di Mauro, Cartore era una comunità di dodici o tredici famiglie, molte delle quali numerose. La sua contava sei fratelli, ma in altre case i figli erano ancora di più. Il borgo aveva una scuola e una quotidianità scandita dal lavoro, dagli animali e dalle necessità della vita in montagna.

«La prima elementare e metà della seconda l’ho fatta qua», ricorda. Anche lui, dunque, è stato uno di quei bambini che attraversavano il paese per andare a lezione.

Il suo racconto permette di immaginare una Cartore diversa da quella conosciuta oggi da chi arriva per un’escursione: porte aperte, voci, famiglie che si incontravano e ragazzi destinati a entrare presto nella vita lavorativa. Mauro ricorda che la manodopera serviva e che ciascuno, crescendo, iniziava a dare il proprio contributo.

La scuola è uno dei ricordi più significativi. Finché ci sono bambini, un paese conserva una prospettiva di futuro. Nel racconto di Mauro, il progressivo venir meno degli alunni accompagna quello delle famiglie, fino a lasciare una comunità sempre più piccola.

Gli ultimi partirono tra il 1968 e il 1969

Mauro colloca la partenza degli ultimi abitanti intorno al 1968–1969. Lo dice tornando più volte su quegli anni, come se fossero uno spartiacque nella storia del borgo.

«Gli ultimi sono andati via nel ’68, ’69 più o meno. E siamo rimasti noi».

Dietro questa frase ci sono case che hanno smesso di essere abitate stabilmente e abitudini che si sono interrotte. Per la sua famiglia, invece, Cartore è rimasta casa.

Mauro racconta anche che l’abitazione in cui vivevano allora non era di loro proprietà, ma apparteneva alla famiglia Placidi. Restare, quindi, significava continuare a costruire la propria vita in un luogo al quale erano legati, anche senza possederne la casa.

Oggi Mauro e sua moglie sono gli unici residenti stabili del borgo, secondo quanto ci racconta. Attorno a loro, però, Cartore continua a essere attraversata: nei fine settimana arrivano gli escursionisti, lungo il cammino si fermano persone provenienti anche dall’estero e alcune case tornano ad accogliere ospiti.

È una presenza diversa da quella di un tempo. Il passaggio dei visitatori porta movimento, ma la vita quotidiana del paese resta affidata a chi vi abita tutto l’anno.

«Papà non lo spostavi. E me lo stesso»

Quando gli chiediamo del suo legame con questo posto, Mauro torna al padre. Ricorda quanto fosse difficile anche solo immaginare di convincerlo ad andare via. Poi aggiunge, riferendosi a sé: «E me lo stesso».

In poche parole spiega una scelta che, vista da fuori, può sembrare difficile da comprendere. Qui le distanze, gli inverni e il lavoro hanno sempre richiesto impegno. Mauro, però, parla soprattutto di ciò che ha: gli animali, gli spazi aperti e una familiarità con il territorio costruita nel corso di una vita.

Copertina del libro scritto dal padre di Mauro D’Eusebio, con il ritratto dell’autore

Il libro del padre di Mauro: le copie sono esaurite da anni e la famiglia vorrebbe ristamparlo.

«Qua è un paradiso», dice. Racconta che qualcuno gli domanda ancora che cosa ci faccia lì. La sua risposta è semplice: ci sta bene.

Il rapporto con il padre riaffiora anche negli oggetti. C’è un vecchio trattore acquistato all’inizio degli anni Settanta, al quale Mauro è ancora affezionatissimo e che continua a lavorare. Dice che non lo venderebbe nemmeno per una cifra enorme. È un mezzo agricolo, ma è anche un pezzo della storia familiare, rimasto dentro la vita di tutti i giorni.

La neve che accompagnava gli inverni

Tra i ricordi di Mauro ci sono gli inverni della sua infanzia. Racconta di una neve che arrivava a novembre e rimaneva fino a marzo, rendendo più impegnativa la quotidianità del paese.

«Quando ero ragazzino io ce ne faceva tanta. Tanta!».

Sono ricordi personali, legati agli anni vissuti a Cartore. Mauro li confronta con quanto osserva oggi: nelle ultime stagioni, dice, la neve al borgo è diventata molto meno presente, mentre continua a vederla sulle montagne più alte.

La conversazione si sposta così dal paese alle quote superiori, ai versanti dove la neve resisteva più a lungo e ai cambiamenti che ha osservato nel tempo. Per chi abita stabilmente in montagna, questi fenomeni entrano nella memoria attraverso il lavoro, gli spostamenti e le stagioni.

Mauro li racconta con il linguaggio di chi conosce quei luoghi perché li ha percorsi e vissuti, anno dopo anno.

Una famiglia che ha dato ospitalità

Un altro filo attraversa i suoi ricordi: l’accoglienza. Quando parla della madre, Mauro usa una frase essenziale: «Mamma ospitava tutti».

La casa era un luogo in cui chi arrivava poteva trovare riparo e ristoro. Nel racconto familiare, l’attenzione era rivolta prima di tutto alle persone e alle loro necessità. È una memoria che aiuta a comprendere il modo in cui Mauro parla ancora oggi di chi passa da Cartore.

Le vicende custodite dalla famiglia sono numerose e meritano spazio e attenzione. In questa prima puntata, il tratto che emerge è soprattutto quello di una casa rimasta aperta, dentro un borgo che perdeva abitanti ma continuava a incontrare persone.

L’ospitalità è diventata anche una parte della vita attuale di Mauro e della moglie.

Il Cammino dei Briganti e i nuovi incontri

Oggi tra le persone che si fermano a Cartore ci sono i viaggiatori del Cammino dei Briganti. La moglie di Mauro gestisce alcuni miniappartamenti destinati all’accoglienza di chi attraversa il territorio a piedi.

Mauro ne parla raccontando incontri concreti. Durante la nostra conversazione ricorda due ospiti tedeschi che erano partiti poco prima. È una scena diversa rispetto agli anni dello spopolamento: qualcuno arriva, trascorre una notte nel borgo e riprende il cammino.

Anche nei fine settimana il movimento è evidente. Mauro racconta che, in certe giornate, il parcheggio si riempie e l’afflusso è intenso. Cartore è conosciuta da molti come accesso alle montagne della Duchessa, ma per chi si ferma ad ascoltare conserva una storia che va oltre la partenza di un sentiero.

Le presenze turistiche non ricreano la comunità di un tempo. Portano però occasioni di incontro e un’attività che permette a chi è rimasto di accogliere persone nuove.

Nino, arrivato dentro un giubbotto

Accanto a Mauro c’è Nino, il pastore abruzzese che oggi ha due anni. Anche il suo arrivo è legato al passaggio di due giovani lungo il Cammino dei Briganti.

Primo piano di Nino, il cane pastore abruzzese di Mauro D’Eusebio a Cartore.

Nino, il pastore abruzzese di due anni che vive con Mauro D’Eusebio a Cartore. Arrivato ancora cucciolo grazie a due giovani incontrati lungo il Cammino dei Briganti, è diventato parte della famiglia.

Mauro racconta che i ragazzi avevano trovato il cucciolo abbandonato. Faceva freddo e, quando raggiunsero il cancello di casa, la ragazza lo teneva al riparo dentro il giubbotto.

«Ci abbiamo un problema», gli dissero. Mauro guardò i due giovani, senza capire subito a che cosa si riferissero. Poi la ragazza tirò fuori quel cane piccolissimo.

Il cucciolo rimase con lui. Oggi Nino fa parte della casa e della quotidianità di Cartore: una presenza arrivata attraverso il cammino e diventata stabile, proprio nel luogo in cui tante altre persone si fermano soltanto per poco.

Fermarsi ad ascoltare Cartore

Chi raggiunge Cartore spesso ha già una meta in mente: un lago, una cima, un percorso da completare. La conversazione con Mauro suggerisce di dedicare tempo anche al borgo.

Case e muretti in pietra a Cartore, con tetti in tegole e colline boscose sullo sfondo

Le case in pietra di Cartore, il borgo raccontato da Mauro D’Eusebio nella prima puntata di Neve Appennino

Nei suoi ricordi ci sono la scuola, le famiglie, la neve, il lavoro e le partenze. Nella sua vita di oggi ci sono la moglie, gli animali, gli ospiti e il cane arrivato una giornata di freddo dentro un giubbotto.

La storia di Cartore continua attraverso queste presenze. Mauro la racconta senza bisogno di grandi dichiarazioni, tornando alla frase con cui spiega perché è rimasto: «Qua è un paradiso».

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