L’ultimo eremita del Gran Sasso: Fra’ Nicola e la piccola chiesa nascosta tra le rocce di Pretara

CONTINUANO LE NOSTRE STORIE 

Lungo il torrente Ruzzo, nella Valle Siciliana, l’eremo di Fratta Grande conserva la memoria di Nicola Torretta. Nell’Ottocento scelse una vita di preghiera e lavoro, dedicandosi al recupero di antichi luoghi di culto sul versante teramano.

A Pretara, frazione di Isola del Gran Sasso, una piccola chiesa addossata alla roccia custodisce la storia di un uomo che alla montagna dedicò gran parte della propria esistenza. Si chiamava Nicola Torretta, ma nella memoria del territorio è rimasto Fra’ Nicola, ricordato come l’ultimo eremita del Gran Sasso.

Il suo nome accompagna ancora quello dell’eremo di Fratta Grande, conosciuto anche come Grotta di Frattagrande o Eremo di Fra’ Nicola. Poco distante dal paese, tra i boschi e le pareti rocciose lungo il torrente Ruzzo, l’edificio raccoglie in pochi ambienti una vicenda di fede, solitudine e lavoro manuale.

Eremo di Fra’ Nicola a Pretara, addossato alla parete rocciosa tra gli alberi, con una scalinata in pietra e una croce in legno

L’eremo di Fratta Grande, conosciuto come Eremo di Fra’ Nicola, a Pretara, sul versante teramano del Gran Sasso. Foto © Donatella Peschini

La scelta di Nicola: una vita tra preghiera e lavoro

Nato a Picciano nel 1803, Nicola lasciò la casa paterna nel 1825, ritirandosi presso Santa Maria di Pagliara. Qui cominciò una vita di preghiera, penitenza e lavoro che lo avrebbe legato agli eremi e alle piccole chiese del Gran Sasso.

Una testimonianza attribuita allo stesso Fra’ Nicola ricorda quell’inizio e riferisce che gli furono affidate quattro chiese da ristabilire. La sua presenza a Pagliara nel 1825 è ricordata anche in un documento della Segreteria di Stato del 1843, nel quale viene menzionato un gruppo di eremiti raccolti nella contrada.

Nicola cercò anche di entrare nell’ordine dei Cappuccini. Secondo le ricostruzioni locali, però, gli fu negato l’abito religioso a causa della sordità a un orecchio. Non divenne dunque frate, pur essendo ricordato con quel nome, e proseguì il proprio cammino come eremita laico, senza appartenere a una comunità monastica.

La sua solitudine si accompagnò a un’attività concreta: prendersi cura di edifici appartati, esposti alle intemperie e alla difficoltà di conservarli lontano dai centri abitati.

Le chiese del Gran Sasso affidate alla sua cura

Alla figura di Fra’ Nicola viene collegata la cura di Santa Maria di Pagliara, San Cassiano, Santa Colomba e San Nicola di Fano a Corno. Luoghi diversi, disseminati tra boschi, vallate e pendii del versante teramano, accomunati dalla sua opera di recupero e manutenzione.

Le testimonianze lo descrivono come un uomo dalle molte capacità manuali. Sapeva lavorare da muratore e scalpellino, ma anche da falegname, fabbro e pittore. Competenze che metteva al servizio dei piccoli santuari, nei quali la devozione si esprimeva anche attraverso la fatica di riparare, costruire e conservare.

In queste chiese la sua presenza contribuì a mantenere vivo un legame tra i luoghi di culto e le comunità del territorio. A Fratta Grande, invece, quel lavoro prese la forma del rifugio nel quale avrebbe trascorso gli ultimi anni.

Fratta Grande, l’eremo costruito accanto alla roccia

La costruzione dell’eremo viene collocata intorno al 1850. La struttura, semplice e raccolta, si adatta al profilo della parete rocciosa: la pietra della montagna ne condiziona gli spazi, mentre il torrente e il bosco ne definiscono il paesaggio.

Un corridoio conduce agli ambienti dell’eremo e alla piccola chiesa, articolata in una cappella centrale e due laterali. Le fonti locali ricordano sull’altare maggiore un’immagine di San Francesco di Paola, al quale Fra’ Nicola era particolarmente devoto e la cui vita austera rappresentava per lui un modello.

Dietro l’altare si trova il vano che conserva i resti di un presepe realizzato dall’eremita. Nel complesso si ricordano anche le tracce dell’organo a mantice costruito con le proprie mani, insieme agli spazi più raccolti della sua vita quotidiana.

Sono dettagli che restituiscono la dimensione concreta della sua scelta: lavorare la pietra e il legno, sistemare una chiesa, costruire un presepe o uno strumento musicale. A Fratta Grande, la preghiera e l’abilità artigiana trovarono posto negli stessi pochi ambienti.

La morte e la memoria dell’ultimo eremita

Nicola Torretta morì il 23 febbraio 1886. Le sue spoglie furono inizialmente deposte nella chiesetta da lui costruita, sotto l’organo. Vi rimasero per dieci anni, prima del trasferimento nella chiesa parrocchiale di Pretara, dove furono collocate nella sacrestia.

Nel 1986, in occasione del centenario della morte, una lapide posta a Isola del Gran Sasso lo ricordò con l’appellativo che ancora oggi accompagna il suo nome: «Ultimo eremita del Gran Sasso».

La sua storia appartiene a un Abruzzo nel quale la fede trovava espressione anche nei luoghi più appartati, attraverso la cura quotidiana di una chiesa e il lavoro necessario a mantenerla in piedi.

L’eremo di Fratta Grande conserva questa memoria tra le rocce di Pretara. Nei suoi ambienti essenziali restano le tracce di un uomo che dedicò la propria vita ai piccoli luoghi di culto della montagna, lasciando nel paesaggio del Gran Sasso un’opera capace di sopravvivergli.

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