Il grano che dorme sotto la neve: la Solina d’Abruzzo custodisce il futuro del pane di montagna

Seminata in autunno e conservata per secoli dagli agricoltori dell’Appennino, la Solina racconta una storia di resistenza e biodiversità. Dai campi ai forni, la sua riscoperta può dare valore al lavoro e alla vita dei borghi.

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D’inverno il campo può scomparire sotto la neve. Le montagne abruzzesi si fanno bianche, il terreno resta nascosto per settimane e il grano aspetta la primavera. È una delle immagini che meglio raccontano la Solina, il frumento tenero che generazioni di agricoltori hanno continuato a seminare sui terreni difficili dell’Appennino.

Quando arriva la bella stagione, quel campo cambia volto. Gli steli si allungano, le spighe ondeggiano e il lavoro cominciato in autunno torna visibile. Dietro il raccolto ci sono mesi di attesa, rese contenute e una storia che lega la terra al pane quotidiano.

Oggi la Solina interessa agricoltori, panificatori e ricercatori. La sua capacità di adattamento e la diversità che custodisce ne fanno una risorsa da conoscere in un’agricoltura chiamata a confrontarsi con un clima sempre più difficile.

La Solina, il grano che l’Abruzzo ha continuato a seminare

La storia della Solina non comincia con la recente riscoperta dei grani antichi. Il suo nome compare già in documenti del Cinquecento, fra gli atti notarili relativi alle compravendite della fiera di Lanciano. Le origini più lontane restano incerte, ma la continuità della coltivazione testimonia un rapporto secolare con il territorio abruzzese.

A conservarla è stato un gesto ripetuto nel tempo: mettere da parte una porzione del raccolto per la semina successiva. Il seme passava da un’annata all’altra, insieme all’esperienza necessaria per scegliere il terreno, riconoscere il momento giusto e affrontare le difficoltà della stagione.

In questo modo la Solina è rimasta parte di un’agricoltura fatta anche di conoscenze familiari e decisioni prese osservando i campi. Una conservazione concreta, che richiede lavoro ogni anno.

La sua sopravvivenza racconta quanto possano contare gli agricoltori nel mantenere viva una risorsa: finché un grano viene seminato, continua a incontrare il territorio e a farne parte.

Due uomini con falcetti camminano tra le spighe mature di un campo di grano Solina, con le montagne sullo sfondo

Tra le spighe di Solina, il lavoro agricolo che mantiene viva una coltura storica dell’Abruzzo. Foto del Consorzio Produttori Solina d’Abruzzo.

Sotto la neve, una lunga attesa fino all’estate

La Solina è un grano a semina autunnale. Nei terreni più alti si comincia generalmente fra metà e fine settembre; nelle vallate interne si procede anche in ottobre. Poi arriva l’inverno, con il freddo e le possibili coperture nevose.

La capacità di sopportare basse temperature e lunghe permanenze sotto la neve è fra le caratteristiche descritte dalla letteratura scientifica. A questa si aggiungono l’adattamento ai suoli poveri e pietrosi e la tolleranza alla siccità primaverile ed estiva.

Sono qualità importanti per coltivare in montagna, dove le condizioni possono cambiare rapidamente e il calendario agricolo segue tempi diversi da quelli della pianura.

L’attesa si prolunga fino all’estate: il Presidio Slow Food del grano Solina dell’Appennino abruzzese indica la raccolta a luglio inoltrato. Sottolinea anche le difficoltà di un lavoro svolto su terreni poco agevoli da raggiungere e lavorare, con rese medie intorno ai 20 quintali per ettaro.

Ogni sacco di farina porta quindi con sé anche questo: il tempo trascorso fra semina e raccolta e la fatica necessaria per continuare a coltivare appezzamenti montani.

La farina di Solina e il sapere di chi fa il pane

Dal campo il viaggio prosegue verso il mulino e poi arriva sulla tavola da impasto. È qui che il grano diventa pane, pasta e cucina quotidiana.

La farina di Solina richiede attenzione alle sue caratteristiche. Non si comporta necessariamente come una farina forte e le ricette devono tenerne conto, adattando acqua, lavorazioni e fermentazione. Slow Food ne valorizza l’impiego nei prodotti da forno e nella pasta fatta in casa, evidenziando al tempo stesso la minore adattabilità ad alcune moderne tecnologie produttive.

Il racconto dei suoi profumi può evocare il fieno, le erbe o la camomilla, ma resta legato all’esperienza di assaggio: macinazione, conservazione, impasto e cottura contribuiscono al risultato finale. È nel pane concreto, preparato da una determinata mano, che quegli aromi prendono forma.

Anche per questo la Solina invita a recuperare un sapere artigiano. Occorre conoscere la materia prima, osservarla e trovare il modo di lavorarla, senza pretendere che ogni farina dia lo stesso impasto e ogni pagnotta abbia lo stesso aspetto.

Campo di grano Solina maturo ai piedi di un pendio montano, con alberi e nuvole sullo sfondo

Un campo di Solina nel paesaggio montano abruzzese. Foto del Consorzio Produttori Solina d’Abruzzo.

I forni dei paesi possono tornare a essere luoghi di comunità

Il pane ha una dimensione che va oltre il prodotto. Nei piccoli centri un forno aperto significa lavoro, un servizio vicino a casa e un luogo in cui incontrarsi.

A Gagliano Aterno, nell’entroterra aquilano, il forno è stato riaperto nell’estate del 2026. La vicenda, raccontata da Altreconomia, si inserisce in un percorso più ampio che coinvolge nuovi abitanti, spazi condivisi e iniziative per la vita del paese.

Esperienze come questa mostrano quanto possa essere concreto il rapporto fra cibo e futuro dei borghi. Una serranda che torna ad alzarsi può contribuire a mantenere vivo il centro abitato e a creare occasioni per chi sceglie di restare o trasferirsi.

Il collegamento con i grani locali, però, va costruito. Servono rapporti fra agricoltori, mulini e panificatori, acquisti continuativi e prezzi che riconoscano il lavoro. Una filiera di montagna prende forza quando chi coltiva e chi trasforma riescono a sostenersi nel tempo.

La biodiversità della Solina davanti al clima che cambia

La parte forse più sorprendente di questa storia si trova dentro il seme. La Solina è una popolazione locale di frumento che conserva un’ampia diversità genetica, frutto della sua lunga storia di coltivazione.

Uno studio pubblicato nel 2023 sulla rivista Plants, condotto da ricercatori del CREA, dell’Università di Teramo e di Wageningen, ha individuato due principali gruppi genetici associati ad ambienti di diversa altitudine e clima. I ricercatori hanno osservato differenze nella risposta alle basse temperature e alla durata del giorno, oltre che nelle caratteristiche della granella. È un risultato che dà profondità al racconto contadino: conservare la Solina nei campi ha consentito alla popolazione di continuare a evolvere, sotto l’effetto delle condizioni ambientali e delle scelte degli agricoltori.

Questa diversità rappresenta una risorsa per studiare l’adattamento delle colture. Non rende il raccolto invulnerabile, ma conserva caratteristiche che possono essere utili alla ricerca e all’agricoltura.

La lezione della Solina sta proprio qui: una parte del futuro può dipendere anche dalla capacità di mantenere disponibili le risorse agricole ereditate dal passato.

Dare valore al grano senza allontanarlo dalle sue montagne

La riscoperta della Solina apre opportunità, ma pone anche una questione economica. Coltivare terreni difficili, con rese contenute e lavorazioni impegnative, richiede una remunerazione adeguata.

L’interesse dei panificatori e dei consumatori può aiutare a sostenere questo lavoro. Può creare domanda, rafforzare i rapporti di filiera e rendere conveniente continuare a seminare.

La sfida è fare in modo che il valore torni anche nei territori di produzione: agli agricoltori, ai mulini, ai forni e alle comunità che hanno custodito il grano. Senza questi passaggi, il rischio è che cresca soprattutto la notorietà del nome.

La Solina ha attraversato i secoli perché qualcuno ha continuato a considerarla utile: da seminare, raccogliere, macinare e mangiare. È su questa continuità che si gioca anche il suo futuro.

Sotto la neve resta un campo in attesa. Quando torna l’estate, quel grano può diventare di nuovo pane. La sua storia continua ogni volta che vale la pena seminarlo ancora.

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