Un fuoco acceso giorno e notte fino a dicembre: il metato del 1787 che custodisce la tradizione delle castagne

Alle Torri di Popiglio, sulla Montagna pistoiese, Bianca, 88 anni, Ugo e gli altri custodi si alternano per seguire l’essiccazione delle castagne. Un sapere antico che si rinnova anche in un’annata segnata dalle difficoltà del raccolto.

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Alle Torri di Popiglio, sulla Montagna pistoiese, l’autunno si misura anche dal tempo in cui un fuoco resta acceso. Il 22 ottobre ardeva già da sette giorni e, secondo il programma dei custodi, continuerà fino ai primi di dicembre. La fiamma è nel metato, l’essiccatoio dove le castagne vengono preparate a diventare farina dolce.

Le vecchie carte catastali attestano la presenza dell’edificio fin dal 1787. Da allora sono cambiati i raccolti, le persone e il modo di vivere la montagna, ma il fuoco torna a scaldare le castagne ogni autunno.

A vegliare sul metato ci sono persone che si alternano nei turni. Tra loro c’è Bianca, 88 anni, nata nella vicina località di Lapideto e rimasta a vivere in questi luoghi. La sua presenza racconta una continuità concreta: un’attività che richiede attenzione, esperienza e mani pronte a intervenire.

Il fuoco deve essere seguito, il calore controllato, le castagne sorvegliate. La fiamma è parte del lavoro, e mantenerla accesa significa assumersi un impegno che accompagna intere settimane.

Castagne distese sul piano di essiccazione all’interno del metato, tra pareti in pietra e travi di legno

Le castagne durante l’essiccazione nel metato delle Torri di Popiglio, sulla Montagna pistoiese.

Una veglia che unisce generazioni

Tra chi conosce bene il metato c’è Ugo Bugelli. I suoi primi ricordi risalgono al 1967, quando accompagnava il nonno e passava le notti accanto al fuoco. Ricorda le veglie e le canzoni, compresa Perché non dormi fratello? di Sergio Endrigo.

Allora, come oggi, la sorveglianza era necessaria, ma quelle ore condivise erano anche un’occasione per stare insieme. Il lavoro scandiva il ritmo della notte e la comunità gli dava voce.

Bugelli tramanda anche il ricordo di un’annata eccezionale, il 1950, quando al metato sarebbero arrivate 460 “misure” di castagne, ciascuna di circa 33 chili. È una memoria affidata al racconto, che aiuta a intuire la quantità di lavoro un tempo legata al castagno.

Le castagne non erano soltanto un frutto autunnale: una volta essiccate e macinate, diventavano una risorsa alimentare da conservare e utilizzare nei mesi successivi.

Il metato è il primo passaggio di una lavorazione che richiede tempo. Nella tradizione della Farina di Neccio della Garfagnana DOP, per esempio, le castagne vengono essiccate lentamente nei metati, con fuoco contenuto e legna di castagno; dopo l’essiccazione vengono pulite e portate alla macinazione.

I dettagli possono variare da un territorio all’altro, ma il principio resta lo stesso: il calore deve asciugare i frutti senza bruciarli, rendendo la pazienza una parte essenziale del processo.

Legna accatastata accanto all’ingresso in pietra del metato, con il fuoco acceso visibile all’interno.

La scorta di legna accanto al metato: il fuoco accompagna giorno e notte l’essiccazione delle castagne

Un’annata difficile, castagneto per castagneto

Quest’anno la veglia al metato accompagna un raccolto complicato. Nelle testimonianze raccolte sul territorio ricorrono castagne piccole, ricci vuoti e frutti caduti in anticipo. I produttori segnalano differenze legate anche alla quota: nei castagneti più bassi, sotto i 700-800 metri, gli effetti sembrano essere stati maggiori.

Ugo Bugelli ha indicato il caldo prolungato e la fersa, una malattia del castagno, tra i problemi della stagione. Sono osservazioni locali, importanti perché descrivono ciò che gli operatori hanno visto nei propri boschi, ma che non bastano a individuare una causa unica o a estendere lo stesso bilancio a tutti i castagneti appenninici.

Anche i numeri cambiano da un luogo all’altro. Andrea Signorini del Podere Africo ha riferito un calo del 25-30% nel proprio castagneto in Garfagnana, mentre altri produttori hanno segnalato frutti generalmente più piccoli nelle zone di minor quota.

Nel Pistoiese, Bugelli ha parlato di una diminuzione superiore al 30% rispetto a un andamento considerato normale, associandola al caldo estivo e alla fersa. Stime e testimonianze riferite a contesti specifici, dunque, che restituiscono situazioni diverse anche all’interno dello stesso territorio.

Il quadro nazionale mostra a sua volta forti differenze territoriali: le prime stime di Coldiretti riportate per il 2026 indicano una produzione italiana in calo di circa un quarto rispetto all’anno precedente, con esiti sensibilmente diversi da una regione all’altra.

Dietro la parola “raccolto” ci sono infatti microclimi, altitudini, condizioni dei singoli castagneti e problemi fitosanitari che non si distribuiscono in modo uniforme.

Trasmettere il mestiere, non soltanto raccontarlo

Alle Torri di Popiglio, l’accensione del metato è stata anche l’occasione per un campus della rete Slow Food dei castanicoltori.

L’iniziativa fa parte di un percorso formativo avviato sulla Montagna pistoiese per mettere in contatto giovani, produttori, tecnici e realtà locali e affrontare la castanicoltura come risorsa ambientale, economica e sociale.

Il confronto riguarda la cura dei castagneti, la gestione del suolo, la biodiversità e le opportunità di lavoro nelle aree montane. Ma riguarda anche una domanda semplice da formulare e difficile da risolvere: chi continuerà a occuparsi di questi luoghi?

Un edificio antico può essere restaurato e fotografato. Perché resti parte della vita del territorio, però, servono persone che sappiano usarlo e abbiano tempo e motivi per tornarci.

Il metato delle Torri di Popiglio tiene insieme due tempi: quello lungo delle carte catastali e quello quotidiano dei turni, delle notti e delle castagne che arrivano dal bosco. In mezzo ci sono Bianca, che è rimasta a vivere a Lapideto, Ugo, che ricorda le veglie con il nonno, e le altre persone che si alternano alla sorveglianza.

Quest’autunno il raccolto è difficile, ma il fuoco continua a fare il suo lavoro. Quando l’essiccazione sarà terminata, le castagne avranno attraversato settimane di calore lento prima di diventare farina.

La fiamma si spegnerà, almeno fino al prossimo ciclo. Resterà la domanda che ogni autunno accompagna i castagneti: chi raccoglierà il testimone e tornerà ad accendere il metato? A Popiglio, per ora, la risposta ha nomi e volti. E, nella notte, una luce che continua a illuminare il lavoro della comunità.

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