Tra poderi abbandonati, archivi e racconti degli anziani, Isabella Dalla Ragione recupera antiche varietà di frutta. Vicino a Città di Castello, un frutteto con circa 600 alberi custodisce un patrimonio di biodiversità e memoria contadina.
Le montagne sono fatte anche di storie da custodire. È lo spirito del Calendario Neve Appennino 2027: un viaggio fotografico tra paesaggi, borghi e protagonisti delle nostre terre.
Una mela può scomparire insieme all’ultimo albero che la produce. Succede lontano dai mercati, nei poderi abbandonati, ai margini di un orto ormai coperto dai rovi. Quando quella pianta muore, può andare perduto anche un frutto che per generazioni ha accompagnato la vita di una famiglia.
Isabella Dalla Ragione, agronoma e ricercatrice, cerca quegli alberi prima che sia troppo tardi. Da oltre quarant’anni, prima accanto al padre Livio e poi proseguendo il percorso con la Fondazione Archeologia Arborea, ritrova e conserva varietà dimenticate nelle campagne dell’Italia centrale.

Isabella Dalla Ragione tra gli alberi del frutteto, luogo simbolo della ricerca e della conservazione delle varietà dimenticate e della memoria contadina
Il risultato di questa ricerca prende forma a San Lorenzo di Lerchi, vicino a Città di Castello, in Umbria: un frutteto-collezione con circa 600 esemplari appartenenti a 150 varietà, dove la tutela delle piante si intreccia con la storia delle comunità contadine.
Sulle tracce degli alberi nei poderi abbandonati
Il territorio esplorato da Isabella attraversa Umbria, Toscana, Marche ed Emilia-Romagna. Sono campagne nelle quali l’abbandono ha cancellato sentieri, trasformato orti in boschetti e nascosto vecchi frutteti sotto la vegetazione.
Per trovare una pianta, spesso bisogna cominciare da un ricordo. Un agricoltore anziano può indicare il podere in cui cresceva una particolare pera, descrivere una mela conservata durante l’inverno o ricordare un albero vicino a una fonte.
Le testimonianze diventano indizi da seguire sul campo. A guidare la ricerca ci sono anche archivi, inventari, testi agronomici e dipinti: il nome di un frutto in un documento o la sua forma in una natura morta possono aiutare a ricostruirne la storia.
È un lavoro che unisce botanica, memoria orale e studio del paesaggio rurale. E richiede pazienza: sapere che una varietà esisteva non significa averla già ritrovata.

Colori e forme della frutta di un tempo: un patrimonio agricolo al centro della ricerca di Archeologia Arborea
Un ramo per conservare una varietà
Quando l’albero viene individuato, comincia una fase altrettanto delicata. La pianta può essere molto vecchia, danneggiata o soffocata dai rovi. Se possiede ancora rami vitali, è possibile prelevare una marza, una porzione di ramo da innestare su un portainnesto.
Quel gesto permette di ottenere un nuovo esemplare della stessa varietà.
Il seme, infatti, può generare un’altra pianta, ma non riproduce fedelmente tutte le caratteristiche dell’albero da cui proviene. Per conservare una particolare mela o pera si ricorre quindi alla propagazione vegetativa, soprattutto attraverso l’innesto.
Il recupero del ramo è soltanto l’inizio: occorre far crescere la nuova pianta, seguirla nel tempo e documentarne le caratteristiche.
A San Lorenzo di Lerchi, 150 varietà da custodire
Nel frutteto-collezione di Archeologia Arborea crescono meli e peri, ciliegi, susini, fichi, mandorli, nespoli e meli cotogni. I circa 600 alberi rappresentano le 150 varietà raccolte e conservate nel corso delle ricerche.
La storia del luogo comincia con Livio Dalla Ragione, padre di Isabella, che acquistò il terreno sul quale oggi si trova la collezione. Nel 1987 nacque l’associazione Archeologia Arborea; nel 2014 venne costituita la Fondazione, per dare continuità al lavoro di tutela.
Gli alberi raccontano anche il modo in cui la frutta entrava nella vita quotidiana. C’erano varietà da mangiare appena raccolte e altre da conservare per mesi, frutti destinati alla cottura e susine da essiccare. Tempi di maturazione e possibilità di conservazione contribuivano a scandire l’alimentazione delle famiglie.
Pera Briaca e Mela Ciucca: i nomi della memoria contadina
Tra le varietà custodite c’è la Pera Briaca, chiamata anche Cocomerina, che matura in agosto e si distingue per la polpa rosata e il rosso intenso attorno alla zona dei semi.
La Pera Monteleone, o Papera, veniva invece raccolta in ottobre e conservata in fruttaio, appesa in trecce oppure disposta con cura. Apprezzata per la sua durata, si consumava anche cotta insieme alle castagne.
La Mela Ciucca, conosciuta anche come Muso di Bue, era diffusa soprattutto nelle aree collinari e montane dell’Appennino umbro-marchigiano. Ha forma allungata, buccia spessa e polpa croccante: raccolta in ottobre e conservata in fruttaio, può mantenersi fino alla primavera.
La Susina Scosciamonaca era apprezzata per la trasformazione e l’essiccazione.
Nomi particolari, dietro i quali si trovano usi concreti e conoscenze tramandate. Ogni varietà occupava un posto nell’economia domestica, rispondendo alle necessità di chi la coltivava.
Dentro un frutto, la storia di una comunità

Tra costruzioni abbandonate e vegetazione, la ricerca degli alberi dimenticati segue le tracce della vita contadina
Molte varietà locali sono rimaste ai margini di una frutticoltura commerciale orientata verso prodotti uniformi, adatti al trasporto e alla vendita secondo standard condivisi.
Eppure, proprio nelle loro differenze si conserva una parte della storia agricola dei territori: sapori, epoche di raccolta, tecniche di conservazione e preparazioni alimentari.
Quando scompare un albero, rischia di perdersi anche il sapere che lo accompagnava. Per questo il lavoro di Archeologia Arborea comprende tanto il recupero delle piante quanto l’ascolto delle persone capaci di riconoscerle e raccontarle.
Un nome ricordato da un anziano, insieme a un ramo ancora vivo, può consentire di ricostruire una storia che sembrava interrotta.
La biodiversità da studiare per il futuro
Conservare varietà diverse significa mantenere un patrimonio genetico utile anche alla ricerca e all’agricoltura futura. Piante differenti possono possedere caratteristiche differenti: conoscerle permette di ampliare le risorse disponibili.
Questo, però, non rende automaticamente ogni varietà antica resistente alla siccità o alle gelate. Le sue capacità devono essere osservate e studiate.
Anche il frutteto di San Lorenzo di Lerchi affronta difficoltà concrete. La Fondazione spiega di aver potenziato l’impianto idrico per rispondere alla diminuzione delle piogge e proteggere la collezione e le produzioni locali.
La biodiversità custodita qui è fatta di organismi vivi: alberi che hanno bisogno di acqua, cure e continuità nel lavoro.
È questo il senso della ricerca di Isabella Dalla Ragione. Ritrovare una pianta tra i rovi, riconoscerla e moltiplicarla significa dare un futuro a un frutto e alle conoscenze che lo hanno accompagnato. Un innesto alla volta, una parte del paesaggio contadino continua a vivere.
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