Campotosto, Assunta è rimasta dopo il terremoto: nel suo telaio rivive la memoria dell’Appennino

La storia di Assunta Perilli e della sua bottega, La Fonte della Tessitura: tra le ferite del sisma e gli inverni d’alta quota, un mestiere antico continua a raccontare la montagna.

C’era una volta. E in fondo c’è ancora oggi, se si ha la pazienza di salire fin lassù, dove il cielo d’Abruzzo sembra più vicino e le acque del lago di Campotosto riflettono le cime dei Monti della Laga. Un paese di pietra, segnato dal vento e da inverni capaci di cambiare il paesaggio e le abitudini di chi lo abita.

A quasi millequattrocento metri di altitudine, la neve e il gelo hanno scandito per generazioni la vita della comunità. Nei mesi più freddi, quando anche il lago può ghiacciare, il lavoro nelle case accompagnava l’attesa della primavera. Tra quei gesti quotidiani c’era la tessitura: un sapere fatto di pazienza, precisione e materiali che raccontavano il territorio.

A custodirlo, ancora oggi, c’è Assunta Perilli.

Il lago di Campotosto ghiacciato, circondato da rilievi innevati sotto un cielo nuvoloso

Ghiaccio e neve sul lago di Campotosto, nel cuore dell’Appennino abruzzese. Foto di Francesco Patacchiola

La scelta di restare a Campotosto dopo il terremoto

Il terremoto ha spezzato la continuità di quella vita, danneggiando le case e allontanando molti abitanti. Le strade, le pareti e gli ambienti familiari sono diventati luoghi dai quali tenersi a distanza, mentre la quotidianità si spostava nelle sistemazioni provvisorie.

Assunta ha scelto di restare legata al suo paese e di continuare qui il proprio lavoro. La sua bottega, La Fonte della Tessitura, ha trovato spazio in uno chalet di legno e in un container ai margini della zona rossa.

Dettaglio di tessuti a righe dai colori tenui, con frange e fili raccolti ad anello

Primo piano di manufatti tessili con fasce colorate e frange, a corredo della storia di Assunta Perilli e della tessitura tradizionale a Campotosto. Immagine dalla pagina di Assunta Perill

È da questi spazi che ha ripreso a tessere. Un modo concreto per dare continuità al mestiere e mantenere un’attività in un paese profondamente ferito.

Il rumore del telaio è così tornato ad accompagnare le giornate: un suono familiare, dentro un paesaggio che il sisma aveva trasformato.

Un telaio di fine Ottocento e il sapere delle donne

Al centro della bottega c’è un grande telaio in legno di fine Ottocento. Uno strumento che porta con sé la memoria del lavoro femminile e di un’economia domestica nella quale realizzare tessuti rispondeva a necessità precise.

Le mani di Assunta conoscono i fili dell’ordito, guidano la spola e accompagnano il movimento del pettine. Ogni passaggio richiede attenzione. Il tessuto cresce lentamente, attraverso la ripetizione di gesti che l’esperienza rende sicuri, senza cancellarne la complessità.

Su quel telaio prendono forma coperte, tovaglie e altri manufatti. Oggetti destinati all’uso, nei quali il disegno e la consistenza conservano la traccia del lavoro necessario a realizzarli.

È anche attraverso questi gesti che una conoscenza tramandata può continuare a vivere: praticandola, rendendola visibile e dandole spazio nel presente.

Gomitolo azzurro e rocchetto in primo piano sul telaio di legno, con Assunta Perilli al lavoro sullo sfondo sfocato

Il lavoro al telaio nella bottega di Assunta Perilli a Campotosto. Foto dalla pagina di Assunta Perilli.

Dalla lana al lino, la tessitura racconta l’Appennino

Tra i materiali lavorati da Assunta ci sono la lana e il lino, legati alla storia delle comunità appenniniche. La prima richiama l’allevamento e la pastorizia; il secondo una filiera agricola e artigianale che richiede numerosi passaggi prima di arrivare al telaio.

Assunta e sua sorella coltivano e lavorano il lino, seguendone la trasformazione dalla pianta al filo. Un’attività che restituisce il senso del tempo necessario a produrre un tessuto, molto prima che cominci la tessitura.

Dietro ogni manufatto ci sono così stagioni, lavorazioni e competenze diverse. Ci sono la preparazione delle fibre, la filatura e la costruzione paziente della trama. Una sequenza di operazioni che rende tangibile il rapporto tra il prodotto finito e il territorio dal quale proviene.

Una bottega che tiene viva la memoria del paese

Fuori, i ritmi della produzione e del consumo sono cambiati. A Campotosto, il lavoro di Assunta conserva una misura diversa: quella imposta dal materiale, dal telaio e dalle mani.

La sua bottega custodisce un mestiere antico e lo mantiene in attività, dentro le difficoltà del presente. Ogni tessuto realizzato è il risultato di questo impegno quotidiano, in un luogo dove anche continuare a lavorare assume un significato particolare.

Il telaio racconta gli inverni della montagna, il lavoro nelle case e le conoscenze delle donne. Ma racconta anche una scelta di oggi: continuare a costruire qualcosa nel paese al quale si appartiene.

E così, a Campotosto, la storia prosegue senza bisogno di un finale da fiaba. Assunta torna al suo telaio, prepara i fili e fa scorrere la spola. Un gesto dopo l’altro, la memoria della montagna prende nuovamente forma.

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