Un gregge che entra in un campo seminato, un tratturo occupato dalle coltivazioni, una sorgente contesa. Dietro il lungo viaggio delle pecore dalle montagne dell’Appennino ai pascoli del Tavoliere esistevano diritti da tutelare, danni da accertare e controversie da risolvere. La transumanza aveva bisogno anche di una propria giustizia.
Nella quinta puntata della nostra rubrica, insieme a Giancarlo Sociali, abbiamo raccontato il diritto di passare: il delicato equilibrio fra le esigenze dei pastori e quelle degli agricoltori, che utilizzavano la stessa terra secondo tempi e necessità differenti. I tratturi dovevano restare percorribili, mentre campi, semine e raccolti avevano bisogno di protezione. Il movimento delle greggi era quindi inserito in un sistema di regole, assegnazioni e limiti.
Da quel punto riparte la sesta puntata di Transumanza, dedicata al Tribunale della Regia Dogana di Foggia, l’organo giudiziario legato al sistema della Dogana delle pecore.
Con Giancarlo Sociali entriamo in una storia che riguarda pascoli, furti di bestiame, debiti e conflitti per l’acqua, ma che conserva anche qualcosa di più: le parole dei pastori. Uomini che spesso non hanno lasciato diari o memorie e dei quali una deposizione può aver custodito il nome, gli abiti, il percorso e un frammento di vita.

Un gregge sui pascoli montani, accompagnato dai cani da guardiania. La vita pastorale è al centro della rubrica sulla transumanza con Giancarlo Sociali. FOTO GIANCARLO SOCIALI
Il Tribunale della Dogana di Foggia: una giustizia per la transumanza
Che cos’era il Tribunale della Regia Dogana di Foggia?
Era l’organo giudiziario legato al grande sistema della Dogana delle pecore, l’istituzione che per secoli regolò la transumanza verso il Tavoliere di Puglia. Non si occupava soltanto di questioni amministrative o fiscali, ma interveniva anche nelle controversie che nascevano all’interno di quel vasto mondo economico: liti sui pascoli, danni ai seminati, occupazioni dei tratturi, furti di bestiame, debiti, violenze e contrasti fra pastori, proprietari, massari e altri soggetti collegati alle attività armentarie.
La sua esistenza rispondeva a una necessità concreta. La transumanza metteva ogni anno in movimento migliaia di uomini e animali attraverso territori differenti e aveva bisogno di una giustizia capace di adattarsi a una realtà che non era stabile, ma continuamente in cammino.
Perché la giustizia ordinaria non era sufficiente?
Perché i tempi e le condizioni della transumanza erano particolari. Un pastore poteva trovarsi in un determinato luogo al momento di una controversia e pochi giorni dopo essere già molto lontano insieme al gregge.
Una giustizia troppo lenta avrebbe rischiato di affrontare la questione quando i protagonisti non erano più presenti. Il sistema aveva quindi bisogno di strumenti più vicini alla realtà pastorale e capaci di intervenire su controversie nate lungo i tratturi, nelle locazioni, nelle poste o nelle campagne attraversate dagli armenti.
Possiamo considerarlo un tribunale speciale?
Sì, nel senso che esercitava una giurisdizione particolare legata alla Dogana. Al centro vi era il cosiddetto foro doganale, cioè il diritto riconosciuto a determinate categorie di essere giudicate nell’ambito di quella giurisdizione anziché davanti ai giudici ordinari.
In origine questo privilegio riguardava soprattutto i locati, cioè coloro che avevano un rapporto formalmente riconosciuto con le locazioni del Tavoliere. Con il tempo, però, la protezione si estese anche ai pastori, ai servitori, ai dipendenti delle masserie e ad altre figure direttamente inserite nel sistema armentario.
Pascoli, acqua e seminati: perché pastori e agricoltori entravano in conflitto
Quali erano le controversie più frequenti?
Molte riguardavano il rapporto fra pastorizia e agricoltura. Le greggi potevano uscire dal tratturo e danneggiare un campo seminato, entrare in terreni dove non avevano diritto di pascolare oppure utilizzare sorgenti e spazi che altri ritenevano propri.
C’erano poi questioni relative alle locazioni, alle poste, ai riposi, ai debiti, ai contratti, ai furti di animali e alle violenze.
La documentazione ci mostra un mondo nel quale anche un episodio apparentemente modesto poteva avere conseguenze economiche rilevanti. Alcune pecore entrate in un seminato potevano compromettere il lavoro di mesi.
Il conflitto fra pastori e agricoltori era quindi molto frequente?
Era quasi inevitabile. Il pastore aveva bisogno di spazio, erba e acqua per muovere centinaia o migliaia di animali. Il coltivatore aveva bisogno di difendere il campo e il raccolto.
Utilizzavano lo stesso territorio, ma secondo esigenze differenti. Da una parte c’era la necessità di far avanzare il gregge, dall’altra quella di proteggere il lavoro agricolo.
Molti conflitti nascevano proprio da questa sovrapposizione di interessi.
Il pastore poteva giustificarsi sostenendo di essere stato costretto a sconfinare?
Sì, ed è uno degli aspetti più interessanti delle testimonianze. Il pastore poteva spiegare di avere deviato dal percorso per mancanza d’acqua, per carenza di erba, per la stanchezza degli animali o per le cattive condizioni del cammino.
Il coltivatore, però, vedeva il danno prodotto sul proprio terreno.
Il giudice doveva quindi ricostruire non soltanto ciò che era accaduto, ma anche le circostanze nelle quali il fatto si era verificato. Non tutte le controversie nascevano da un comportamento deliberatamente illecito.
Difendere i tratturi e il valore dello stabbio
Anche i tratturi erano spesso al centro delle cause?
Molto spesso. Il tratturo era l’infrastruttura fondamentale della transumanza e doveva rimanere libero per consentire il passaggio degli armenti.
Ma attraversava territori agricoli e zone nelle quali la pressione sulla terra era forte. Potevano verificarsi restringimenti, occupazioni, coltivazioni indebite o contestazioni sui confini.
Bastava che una parte della sede tratturale venisse occupata perché il passaggio di migliaia di animali diventasse difficoltoso. Difendere il tratturo significava quindi difendere concretamente il diritto alla mobilità pastorale.
Il Tribunale si occupava anche di questioni apparentemente minori?
Certamente, ma bisogna stare attenti alla parola “minori”. Quello che oggi può apparire marginale poteva avere allora un valore economico importante.
Pensiamo allo stabbio, cioè alle deiezioni lasciate dalle pecore sui terreni. In un’agricoltura priva dei fertilizzanti moderni rappresentavano una risorsa preziosa. La permanenza di un gregge poteva fertilizzare in maniera significativa un terreno e quindi anche il diritto a utilizzare quello stabbio poteva diventare oggetto di contesa.
È un particolare che aiuta a capire quanto fossero strettamente legati allevamento e agricoltura.
Da Foggia ai tratturi: una giustizia vicina al territorio
Dove operava concretamente il Tribunale? Tutto passava necessariamente per Foggia?
Foggia era il centro del sistema, ma una struttura di quel tipo non avrebbe potuto funzionare limitandosi a una sola sede.
Le controversie nascevano lungo centinaia di chilometri di tratturi, nelle campagne, nelle locazioni, nei riposi e presso le masserie. Era quindi necessario disporre di funzionari e ufficiali capaci di raccogliere denunce, assumere testimonianze, eseguire provvedimenti e trasmettere gli atti.
Era una giustizia che, per funzionare, doveva mantenere un rapporto stretto con il territorio.
Per un pastore abruzzese il foro doganale rappresentava anche una forma di protezione?
Poteva esserlo. Un uomo partito dalla Marsica, dall’Altopiano delle Rocche o da qualsiasi altro paese dell’Appennino trascorreva molti mesi lontano dalla propria comunità.
In Puglia non aveva necessariamente parenti, conoscenze o reti di protezione. Il foro della Dogana gli offriva almeno un riferimento istituzionale collegato al sistema economico nel quale lavorava.
Questo naturalmente non significa che il Tribunale fosse sempre equo o che il pastore più povero fosse sempre tutelato. Significa però che esisteva un ordinamento che riconosceva la particolarità della sua condizione.
Quindi il pastore non era affatto un uomo estraneo alle istituzioni.
No. Il pastore poteva trascorrere settimane in solitudine, dormire all’aperto e vivere per mesi lontano dalla famiglia, ma era inserito in una rete amministrativa molto complessa.
Intorno a lui esistevano contratti, tasse, locazioni, massari, proprietari, mercanti, doganieri, funzionari e giudici.
La sua vita poteva essere materialmente dura e solitaria, ma dal punto di vista economico e giuridico egli faceva parte di un sistema fortemente organizzato.

Un pastore con i suoi cani da guardiania sull’Altopiano delle Rocche, in Abruzzo. Sullo sfondo, il gregge al pascolo. Foto di Emanuele Valeri
I locati fittizi e le critiche al foro doganale
Il foro speciale rimase sempre limitato a chi lavorava realmente nella pastorizia?
No, ed è proprio questo uno dei problemi che emersero con il tempo.
Poiché appartenere alla giurisdizione doganale poteva comportare vantaggi, alcuni cercarono di ottenere quel riconoscimento anche senza avere un vero rapporto con l’attività pastorale.
Nacque così il problema dei cosiddetti locati fittizi, persone formalmente inserite nel sistema soprattutto per beneficiare del foro speciale.
Una protezione nata per rispondere a esigenze concrete rischiava quindi di trasformarsi in privilegio.
Questo contribuì alle critiche contro il Tribunale?
Molto. Nel corso del Settecento le critiche aumentarono.
Si contestavano i locati fittizi, gli abusi di alcuni funzionari, i costi della giustizia e le difficoltà incontrate soprattutto da chi viveva lontano dai luoghi nei quali si svolgevano i procedimenti.
Ma c’era anche un problema più generale. Stava cambiando il modo di concepire lo Stato. Le giurisdizioni particolari e i privilegi riconosciuti a determinate categorie cominciavano a essere considerati sempre meno compatibili con l’idea di una giustizia più uniforme.
Il Tribunale della Dogana era quindi figlio di un preciso modello di società.
Esattamente. Era nato in un’epoca nella quale la società era organizzata attraverso corpi, categorie e istituzioni dotate di diritti differenti.
Il mondo della transumanza era uno di questi grandi sistemi organizzati. Aveva regole economiche proprie, strutture amministrative proprie e anche una propria giurisdizione.
Quando cambiò il modo di concepire lo Stato e il rapporto fra individuo e legge, un ordinamento di quel tipo divenne progressivamente più difficile da mantenere.
Le carte del Tribunale raccontano la vita quotidiana dei pastori
Le carte giudiziarie del Tribunale hanno oggi un valore che va oltre la storia del diritto?
Enorme. Probabilmente è proprio qui che il Tribunale diventa più interessante per chi studia la vita quotidiana della transumanza.
Un processo non conserva soltanto norme o sentenze. Conserva testimonianze. E le testimonianze raccontano luoghi, persone, abitudini, mestieri e rapporti sociali.
Attraverso una causa possiamo sapere dove si trovava un pastore, da quale paese proveniva, con chi lavorava, quale percorso aveva seguito e perfino come era vestito.
Sono informazioni che difficilmente avremmo trovato altrove.
Anche l’abbigliamento compare negli atti?
Sì. Alcuni uomini venivano descritti attraverso elementi molto concreti: il pelliccione, il bastone, il cappello, la foggia degli abiti.
Il pelliccione, per esempio, era prima di tutto un indumento di lavoro, necessario per proteggersi dal freddo e dal vento. Ma poteva diventare anche un elemento attraverso il quale un testimone riconosceva un uomo come appartenente al mondo pastorale.
Sono particolari apparentemente secondari, ma per lo storico hanno un valore notevole.
Possiamo quindi ricostruire anche l’aspetto dei pastori?
In parte sì, ma con prudenza.
Non esisteva un’uniforme del pastore e sarebbe sbagliato immaginare tutti vestiti allo stesso modo. Tuttavia alcuni indumenti, strumenti e comportamenti erano associati al mestiere.
Il pelliccione, il bastone, il cane, alcuni tipi di calzature o di abbigliamento potevano contribuire a identificare una persona.
Bisogna però ricordare che una testimonianza può essere imprecisa e che anche gli stereotipi possono entrare nei documenti.
Fonti, guadi e masserie: i luoghi della transumanza nei processi
Le carte del Tribunale ci permettono anche di conoscere luoghi che altrimenti sarebbero rimasti fuori dalla grande storia?
Certamente. Ed è uno degli aspetti più affascinanti.
Nei documenti compaiono fonti, guadi, piccoli ponti, taverne, masserie, boschi, campi, poste e tratti di tratturo.
Non sono i grandi luoghi della storia politica, ma quelli nei quali gli uomini vivevano e lavoravano.
Le norme ci spiegano come il sistema avrebbe dovuto funzionare. Le cause giudiziarie ci mostrano invece cosa accadeva quando quelle norme incontravano la vita quotidiana.
Ed è proprio in quella vita quotidiana che si comprende meglio la transumanza.
Sì. Perché la storia non è fatta soltanto di istituzioni, sovrani e regolamenti.
È fatta anche di un pastore che cerca acqua per gli animali, di un contadino che difende la semina, di un massaro che reclama un credito, di una pecora rubata, di un confine incerto, di una testimonianza resa davanti a un ufficiale.
Il Tribunale conserva anche questa storia.
La fine del foro doganale e i conflitti che continuarono
Con la scomparsa del foro doganale finirono anche le controversie che lo avevano reso necessario?
No. Continuarono gli sconfinamenti, i danni ai campi, le liti sui pascoli e i conflitti per l’acqua.
Le greggi continuarono ancora per molto tempo a percorrere i tratturi.
Quello che venne meno fu l’ordinamento particolare attraverso il quale quelle controversie erano state affrontate per secoli.
La voce dei pastori: il lascito del Tribunale della Dogana
Qual è allora il valore storico più importante del Tribunale della Regia Dogana di Foggia?
Il suo valore è duplice.
Da una parte ci mostra quanto fosse organizzata la grande transumanza. Non si trattava di un semplice movimento spontaneo di greggi, ma di un sistema dotato di regole, funzionari, privilegi e strumenti giudiziari.
Dall’altra ci permette di entrare nella vita degli uomini.
La documentazione del Tribunale conserva qualcosa che le grandi norme raramente riescono a restituire: la voce concreta delle persone.
Persone che spesso non hanno lasciato altro dietro di sé.
Esatto. Molti pastori non scrissero diari, memorie o lettere. Alcuni probabilmente non lasciarono nemmeno una firma.
Eppure una loro frase può essere arrivata fino a noi perché un cancelliere la trascrisse durante una deposizione.
Una lite per un pascolo, un furto di bestiame o alcune pecore entrate in un campo possono aver conservato il nome e le parole di uomini che altrimenti sarebbero scomparsi senza lasciare traccia.

Una pecora attraversa un pascolo montano, mentre altri ovini pascolano ai piedi dei rilievi. Un’immagine della vita pastorale che accompagna la rubrica Transumanza
Il Tribunale doveva stabilire responsabilità e diritti. Senza volerlo, ha conservato anche gesti, necessità, paure, parole e frammenti di vita.
Ed è forse proprio questo il suo lascito più prezioso: attraverso quelle carte possiamo ritrovare non soltanto le regole della transumanza, ma gli uomini che la vissero.





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