Prosegue il viaggio di Neve Appennino nella storia della transumanza insieme a Giancarlo Sociali, che in questa quarta puntata ci porta dentro un aspetto meno conosciuto, ma fondamentale, dell’antico sistema pastorale: la necessità di misurare, delimitare e amministrare il territorio.
Dopo aver raccontato nelle precedenti puntate il grande sistema della transumanza e il ruolo della Dogana di Foggia, questa volta l’attenzione si sposta sui Regi Tratturi, sulle reintegre, sui Regi Compassatori e sulle Doganelle d’Abruzzo. Un viaggio tra cippi, sorgenti, cappelle, taverne, pascoli e antichi confini, attraverso il quale emerge come la transumanza non fosse soltanto lo spostamento stagionale delle greggi, ma un complesso sistema di organizzazione dello spazio, nel quale si incontravano amministrazione, comunità locali, agricoltura e pastorizia.

Giancarlo Sociali lungo il Tratturo Celano-Foggia. Foto Giancarlo Sociali
A un certo punto il tratturo smette di essere soltanto una via percorsa dalle greggi e diventa anche uno spazio da misurare. Perché?
Perché quando il tratturo entra stabilmente nell’amministrazione del Regno non basta più sapere che uomini e animali seguono da tempo una determinata direttrice. Bisogna stabilire dove passa, quanto è largo, quali terreni ne fanno parte e dove cominciano invece le proprietà confinanti. In altre parole, ciò che per secoli era stato riconosciuto soprattutto dall’uso deve diventare anche riconoscibile negli atti e sul terreno.
Ma misurare un tratturo non doveva essere semplice.
Non lo era affatto. Il tratturo attraversava un territorio già vissuto e utilizzato. Passava accanto ai paesi, costeggiava campi coltivati, incontrava sorgenti, cappelle, taverne, valloni, corsi d’acqua e proprietà private. I confini potevano diventare incerti soprattutto quando le coltivazioni avanzavano lentamente all’interno della fascia demaniale. Non serviva una grande occupazione: bastava spostare poco alla volta un limite perché, nel tempo, il tratturo si restringesse.
È per questo che si facevano le reintegre?
Sì. Le reintegre servivano a verificare se i confini riconosciuti negli atti corrispondessero ancora a quelli presenti sul terreno. Dove il tratturo risultava occupato, ristretto o modificato, bisognava ricostruirne la consistenza e ristabilire i limiti. Era quindi un lavoro amministrativo, ma anche una vera lettura del territorio.
Chi se ne occupava?
Tra le figure più importanti vi erano i Regi Compassatori, tecnici incaricati delle misurazioni.

Antico strumento di misurazione legato alla definizione dei confini dei tratturi. Foto Giancarlo Sociali.
Ma il loro lavoro non si esauriva nel calcolo delle distanze. Per misurare correttamente bisognava prima capire dove ci si trovava, riconoscere i luoghi citati nei documenti e collegare una misura a un punto reale del paesaggio.
Quindi la tecnica, da sola, non bastava.
No. Ed è forse uno degli aspetti più interessanti. La reintegra del Celano-Foggia condotta da Giuseppe Mercurio mostra che il Regio Compassatore aveva bisogno anche della conoscenza delle comunità locali. Una sorgente, un vallone, una vecchia strada, una cappella ormai diruta o un toponimo antico potevano essere riconosciuti solo da persone pratiche dei luoghi.
Possiamo dire che la memoria degli abitanti entrava dentro un atto amministrativo?
In un certo senso sì. Le comunità indicavano persone capaci di riconoscere luoghi, confini e denominazioni che per un funzionario esterno potevano risultare poco comprensibili. La misura diventava affidabile soltanto quando era possibile riferirla al luogo giusto.
È per questo che nelle reintegre compaiono tante chiese, taverne, fonti e ruderi?
Esattamente. Non sono annotazioni decorative. Servivano per orientarsi. Una taverna poteva segnare un passaggio, una sorgente un confine, una cappella un punto di riferimento, un vallone un limite naturale. La documentazione amministrativa finiva così per conservare anche una geografia minuta del territorio.
Quanto era largo, concretamente, un grande Regio Tratturo?
La misura tradizionalmente riconosciuta era di sessanta passi napoletani, circa centoundici metri. Oggi può sembrare enorme, soprattutto se immaginiamo il tratturo come una semplice strada rurale. Ma non era una strada nel senso moderno. Doveva consentire il movimento di grandi greggi e offrire spazio perché gli animali potessero procedere, sostare e alimentarsi durante il viaggio.
Una fascia così larga doveva però attirare anche gli interessi dei confinanti.
Ed era proprio questo il problema. Nei periodi in cui le greggi non passavano, una parte di quel terreno poteva apparire inutilizzata. Un campo poteva essere allargato, un confine spostato, una porzione coltivata. Da qui la necessità di tornare periodicamente a misurare.
E i cippi con la sigla RT che ruolo avevano?

Un cippo con la sigla RT, segno materiale dei confini del Regio Tratturo. Foto Giancarlo Sociali
Rendevano visibile il confine. Erano il segno materiale di ciò che era stato riconosciuto attraverso misure e documenti. Indicavano dove finiva il terreno confinante e dove cominciava lo spazio appartenente al Regio Tratturo. In un certo senso, trasformavano una decisione amministrativa in qualcosa che poteva essere visto e riconosciuto sul terreno.
Oggi quelle reintegre servono ancora?
Oggi hanno un valore diverso, ma forse persino più ampio. Permettono di ricostruire paesaggi scomparsi, individuare antichi toponimi, ritrovare sorgenti, edifici, incroci e percorsi che nel frattempo sono cambiati. Alcuni nomi esistono ancora, altri sopravvivono soltanto nelle carte. Per chi studia il territorio, quelle misurazioni sono diventate vere fonti storiche.
Fin qui abbiamo parlato dei grandi tratturi. Ma tutta la pastorizia abruzzese percorreva quelle lunghe direttrici verso la Puglia?
No, ed è importante dirlo. La grande transumanza verso il Tavoliere era certamente una componente fondamentale della pastorizia abruzzese, ma non esauriva il fenomeno. Molti animali si spostavano su distanze più limitate, fra montagne, altipiani, vallate e territori vicini, seguendo ugualmente il ritmo delle stagioni e la disponibilità dei pascoli.
È qui che entrano in gioco le Doganelle d’Abruzzo?
Sì. Le Doganelle vanno comprese dentro questa pastorizia più legata ai territori di origine. Non erano semplicemente una Dogana di Foggia in piccolo. Dovevano governare una realtà diversa, più frammentata, nella quale gli animali si muovevano fra pascoli montani, fondovalle, terre demaniali, proprietà private e superfici utilizzate anche dall’agrictura.
Qual era quindi la loro funzione?
Soprattutto regolare l’uso dei pascoli, registrare gli animali e riscuotere quanto dovuto per il godimento di determinate terre. È importante chiarire questo punto perché la fida non era una semplice tassa pagata per attraversare un territorio. Era legata soprattutto all’utilizzazione del pascolo e alla permanenza degli animali.
Perché questa differenza è così importante?
Perché altrimenti si rischia di interpretare male tutto il sistema. Il problema non era soltanto far passare le pecore, ma stabilire chi avesse diritto a utilizzare una terra, in quale periodo, con quanti animali e a quali condizioni.
E qui dovevano nascere facilmente conflitti.
Molti. Le terre non erano quasi mai libere da altri interessi. C’erano proprietà private, demani, usi civici e consuetudini esercitate da generazioni. Ciò che l’amministrazione poteva considerare una concessione soggetta a pagamento poteva essere percepito dalla comunità come un diritto antico. La sovrapposizione fra diritto scritto e consuetudine locale era una delle principali fonti di tensione.
Anche contare gli animali doveva creare problemi.
Certamente. Un gregge è una realtà mobile. Si sposta, può dividersi, aumentare o diminuire. In territori montani e con strumenti amministrativi molto diversi dai nostri, verificare con precisione la consistenza degli armenti non era sempre facile. L’amministrazione aveva bisogno di numeri, ma la realtà pastorale non sempre si lasciava tradurre facilmente in un registro.
Dobbiamo quindi immaginare un rapporto continuamente conflittuale fra pastori e Doganelle?
Non necessariamente. Per il pastore la regolamentazione rappresentava certamente un costo e poteva interferire con consuetudini precedenti. Esistevano anche tentativi di sottrarsi agli obblighi fiscali. Ma avere riconosciuto amministrativamente il diritto di utilizzare un pascolo poteva costituire anche una tutela contro altri soggetti interessati alla stessa terra.
Il vero nodo sembra essere il rapporto tra pastorizia e agricoltura.
Spesso era proprio quello. Le due attività potevano utilizzare la stessa terra in momenti differenti. Un terreno poteva essere coltivato per parte dell’anno e destinato al pascolo in un altro periodo. Finché i tempi rimanevano compatibili, il sistema poteva funzionare; quando uno dei due usi tendeva a espandersi o a prolungarsi, il conflitto diventava quasi inevitabile.
Nel capitolo compare il termine “stucco”. Che cosa indicava?
Una pratica attraverso la quale determinate superfici rimanevano riservate al pascolo secondo tempi e modalità stabiliti. Per chi coltivava significava non poter disporre sempre liberamente del terreno; per il pastore rappresentava invece una risorsa indispensabile nei momenti in cui altri pascoli non erano disponibili. È un buon esempio di come lo stesso terreno potesse avere funzioni diverse nel corso dell’anno.
Le Doganelle raccontano quindi una transumanza meno conosciuta?
Raccontano una mobilità pastorale diversa. Non necessariamente il lungo viaggio verso il Tavoliere, ma spostamenti più vicini ai luoghi di origine, fra montagna, collina e fondovalle. Era forse meno visibile delle grandi transumanze, ma aveva un peso enorme nell’economia e nella vita quotidiana delle comunità.
Che cosa hanno allora in comune i Regi Compassatori e le Doganelle?
Molto più di quanto sembri. In entrambi i casi l’amministrazione cerca di rendere governabile una realtà mobile. Nel primo caso misura il percorso e ne stabilisce i confini; nel secondo regola l’uso stagionale dei pascoli, registra gli animali e stabilisce tempi e obblighi.
Ma in entrambi i casi la carta, da sola, non basta. Bisogna conoscere il territorio, i suoi nomi, le consuetudini, i tempi delle stagioni e i diritti esercitati dalle comunità.
Ed è forse proprio qui che si comprende meglio che cosa fosse davvero la transumanza.

Rappresentazione storica di Sulmona e del territorio circostante. Foto Giancarlo Sociali.
Sì. Non soltanto uno spostamento di greggi, ma un modo di organizzare e utilizzare lo spazio. Un cippo lungo un tratturo, una sorgente ricordata in una reintegra, un pascolo regolato da una Doganella o un campo conteso fra agricoltore e pastore raccontano la stessa storia: quella di un territorio nel quale uomini, animali, istituzioni e stagioni si incontravano e convivevano secondo equilibri costruiti nel corso dei secoli.





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