Prima dei tratturi: dèi, pastori e viaggiatori sulle vie dell’Appennino

C’è stato un tempo in cui attraversare l’Appennino significava molto più che spostarsi da una valle all’altra. Prima che i tratturi venissero misurati, delimitati e regolati, uomini e animali percorrevano montagne, valichi e pianure seguendo l’acqua, i pascoli e quelle grandi direttrici naturali che per secoli hanno collegato territori e comunità differenti.

Ma il viaggio non era soltanto una necessità materiale.

Sorgenti, grotte, montagne, alture e valichi potevano rappresentare allo stesso tempo punti indispensabili per orientarsi, trovare riparo o dissetare gli animali e luoghi ai quali le comunità attribuivano un significato religioso e simbolico.

È da questa prospettiva che prende forma la seconda puntata del nostro viaggio nella storia della transumanza con Giancarlo Sociali, studioso e profondo conoscitore delle antiche vie pastorali dell’Appennino.

Dopo aver affrontato il tema dei tratturi e delle grandi direttrici percorse dagli armenti, questa volta proviamo ad andare ancora più indietro nel tempo, quando il sistema tratturale così come lo conosciamo non esisteva ancora, ma quelle montagne erano già attraversate da uomini, animali, mercanti e viaggiatori.

Il racconto conduce fino al mondo antico e al rapporto fra movimento e religiosità. Compare così la figura di Ercole, divinità legata non soltanto alla forza e alle celebri fatiche, ma anche al viaggio, alle greggi, agli scambi e ai luoghi di mercato. In Abruzzo uno dei riferimenti più importanti è il santuario di Hercules Curinus, alle pendici del Morrone, presso Sulmona.

Statua bronzea di Ercole ritrovata nel tempio di Sulmona, divinità legata al mondo pastorale dell’Abruzzo antico

La statua di Ercole ritrovata nel tempio di Sulmona, testimonianza della grande diffusione del suo culto nell’Italia centro-meridionale e nel mondo pastorale abruzzese.

Ma sarebbe sbagliato immaginare una linea perfettamente continua che dall’antichità conduca direttamente ai tratturi medievali e moderni. È proprio su questo punto che Sociali invita alla prudenza: possono sopravvivere per secoli le grandi direttrici naturali e la funzione di un territorio, senza che rimanga necessariamente immutato il percorso.

È una storia fatta quindi di sovrapposizioni, trasformazioni e continuità difficili da ricostruire. Una storia nella quale il paesaggio sembra conservare una memoria più lunga delle istituzioni che, nei secoli, hanno provato a organizzarlo.

Ed è forse qui che la transumanza rivela una delle sue dimensioni più profonde: prima ancora di essere un sistema economico o una rete di strade pastorali, è stata anche un modo di leggere e attraversare la montagna.

Ne abbiamo parlato con Giancarlo Sociali.

Il passo degli dèi e il cammino degli uomini

Quando parliamo delle antiche vie percorse da uomini e animali, dobbiamo immaginarle soltanto come percorsi materiali?

No. Sarebbe riduttivo considerarle semplicemente come strade nel senso moderno del termine. Gli uomini che attraversavano l’Appennino si muovevano in un paesaggio che aveva certamente una funzione pratica, ma possedeva anche una dimensione simbolica e religiosa. Una sorgente serviva per dissetare uomini e animali, una grotta offriva riparo, un valico consentiva di superare una montagna, un’altura permetteva di orientarsi. Ma quegli stessi luoghi potevano assumere anche un significato diverso, legato alla protezione, al culto e alla percezione del sacro.

Per comprendere davvero quelle società dobbiamo liberarci dalla nostra maniera moderna di separare nettamente ciò che è utile da ciò che è religioso. Per un uomo dell’antichità una fonte poteva essere indispensabile alla sopravvivenza e, nello stesso tempo, essere considerata un luogo nel quale si manifestava una presenza divina. Le due cose non erano necessariamente in contraddizione.

Quindi il paesaggio stesso diventava parte dell’esperienza religiosa?

In molti casi sì. Non tutto il territorio era sacro e bisogna evitare interpretazioni troppo semplicistiche, ma alcuni elementi naturali possedevano caratteristiche che li rendevano particolarmente significativi. L’acqua, innanzitutto, perché senza acqua non esiste viaggio, allevamento o insediamento. Poi le grotte, che potevano offrire protezione e nello stesso tempo evocare un rapporto con il mondo sotterraneo e con il mistero. Le cime e le alture, invece, dominavano lo spazio ed erano punti facilmente riconoscibili anche da grande distanza.

Edicola votiva in pietra con la Madonnina del Tratturo e l’immagine della Madonna con il Bambino

La Madonnina del Tratturo, una piccola edicola votiva che testimonia il legame tra religiosità popolare, paesaggio e antiche vie della transumanza

Lo stesso vale per i valichi. Attraversare un passo montano significava superare una soglia naturale. Da una valle si entrava in un’altra, cambiava il versante, spesso cambiavano le condizioni climatiche e talvolta anche il territorio delle comunità che si incontravano. Non stupisce quindi che proprio alcuni luoghi di passaggio abbiano assunto nel tempo anche un valore simbolico.

Quanto era rischioso muoversi attraverso questi territori?

Molto più di quanto oggi possiamo immaginare. La montagna non era attraversata seguendo una segnaletica continua o disponendo di carte dettagliate. Bisognava conoscere l’acqua, le pendenze, i punti di riparo, i boschi, i passaggi praticabili e quelli da evitare. Il rischio non era soltanto rappresentato dagli uomini, ma soprattutto dalla natura: una piena improvvisa, una nevicata fuori stagione, una tormenta, un animale ferito, la mancanza d’acqua o semplicemente un errore di percorso potevano trasformare un viaggio in una situazione molto difficile.

Per questo la conoscenza del territorio diventava patrimonio collettivo. Le vie non erano soltanto linee nello spazio, ma memoria accumulata da generazioni di uomini che sapevano dove fermarsi, dove trovare acqua e dove attraversare una montagna.

È in questo rapporto fra movimento e protezione che dobbiamo leggere anche alcuni culti antichi?

In parte sì. Quando una comunità affidava un luogo a una divinità non compiva necessariamente un gesto separato dalla vita quotidiana. Il culto poteva inserirsi perfettamente nelle necessità concrete degli uomini. Viaggiare, commerciare, allevare animali, attraversare territori lontani comportava sempre una componente di incertezza e quindi anche il bisogno di protezione.

Uno dei culti più interessanti, soprattutto nell’Italia centro-meridionale, è certamente quello di Ercole.

Perché proprio Ercole? Noi siamo abituati a considerarlo soprattutto come l’eroe delle dodici fatiche.

Ed è proprio questa immagine scolastica che rischia di limitarne la comprensione. Ercole era certamente l’eroe della forza e delle imprese straordinarie, ma nel mondo antico la sua figura assunse significati molto più articolati. Era legato al viaggio, agli spostamenti, alla protezione delle greggi e delle mandrie, ai commerci e in alcuni contesti anche ai luoghi di mercato.

Non è quindi sorprendente trovare testimonianze del suo culto in territori nei quali uomini, animali e merci si muovevano con continuità. Questo naturalmente non significa che ogni santuario di Ercole debba essere interpretato come un santuario della transumanza. Sarebbe una forzatura. Significa piuttosto riconoscere che quel culto risultava particolarmente compatibile con società nelle quali il movimento degli uomini e del bestiame aveva una grande importanza economica e sociale.

In Abruzzo quale testimonianza possiamo ricordare?

Una delle più importanti è il santuario di Hercules Curinus, alle pendici del Morrone, presso Sulmona. È un luogo straordinariamente interessante non soltanto per la sua rilevanza archeologica, ma anche per la posizione geografica.

Ci troviamo in un territorio che mette in rapporto la conca peligna con le montagne circostanti e con direttrici utilizzate per ragioni diverse. In questi spazi si muovevano popolazioni locali, mercanti, viaggiatori e certamente anche uomini impegnati nell’allevamento.

Il santuario ci ricorda quindi che questi territori non erano marginali o isolati. Erano spazi attraversati, conosciuti e frequentati molto prima della formazione del sistema tratturale che conosciamo dalle fonti medievali e moderne.

Possiamo allora dire che i tratturi esistevano già nell’antichità?

Bisogna essere molto prudenti. È una delle questioni sulle quali si rischia più facilmente di sovrapporre epoche diverse.

Possiamo affermare che alcune direttrici naturali furono utilizzate per lunghissimo tempo. Le montagne obbligano in qualche modo il movimento: esistono vallate più facilmente percorribili, passi più accessibili, sorgenti indispensabili e pianure che naturalmente mettono in collegamento territori differenti. È quindi del tutto plausibile che alcune direttrici siano state percorse per secoli o perfino per millenni.

Ma questo non significa che il tratturo amministrativamente definito in età medievale o moderna coincida automaticamente con una strada pastorale dell’antichità. La continuità riguarda spesso il territorio e la logica del movimento, non necessariamente l’esatta delimitazione giuridica di un percorso.

Quindi bisogna distinguere fra continuità del movimento e continuità della strada?

Esattamente. È una distinzione fondamentale.

Una valle può essere utilizzata come corridoio naturale per secoli senza possedere sempre la stessa strada. Il tracciato può spostarsi, restringersi, allargarsi, adattarsi alle esigenze delle comunità o alle condizioni ambientali. Quello che può permanere è la funzione del territorio.

Per questo, quando osserviamo la lunga storia della transumanza, forse dovremmo pensare meno a una linea immutabile e più a una successione di percorsi che utilizzano gli stessi grandi corridoi geografici.

E i luoghi sacri potevano diventare anche punti di riferimento lungo questi corridoi?

Certamente, anche se ogni caso deve essere verificato storicamente. Un santuario, una sorgente frequentata, una grotta conosciuta o un’altura ben visibile potevano entrare nella geografia mentale di chi attraversava un territorio.

Dobbiamo ricordare che per secoli gli uomini si sono orientati attraverso elementi concreti del paesaggio. Una montagna, una torre, un bosco, una fonte, una chiesa o un santuario potevano diventare riferimenti molto più efficaci di qualsiasi indicazione astratta.

In questo senso la geografia religiosa poteva sovrapporsi, almeno in parte, alla geografia del movimento.

Quando cambia la religione, questi luoghi vengono abbandonati?

Non necessariamente. Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti.

Le religioni cambiano, i culti vengono sostituiti e le interpretazioni del sacro si trasformano, ma il territorio rimane. Una sorgente continua a dare acqua, una grotta continua a offrire riparo, un valico continua a essere necessario per attraversare una montagna.

Per questo alcuni luoghi possono attraversare epoche religiose differenti. Non significa che vi sia sempre una continuità diretta fra un culto antico e uno cristiano, perché anche in questo caso occorre evitare facili sovrapposizioni. Significa però che determinati spazi continuano a essere frequentati proprio perché conservano una funzione concreta e una particolare riconoscibilità.

È in questo contesto che compare San Michele Arcangelo?

Sì, ma qui bisogna soltanto aprire una porta che merita poi un discorso autonomo.

Con il cristianesimo si forma progressivamente una nuova geografia religiosa e il culto di San Michele assume una particolare diffusione anche in ambiente appenninico. La sua presenza è frequentemente collegata a grotte, alture e luoghi di passaggio, caratteristiche che lo rendono particolarmente interessante quando si studiano territori frequentati da pastori e viaggiatori.

Il rapporto fra San Michele e la transumanza, però, è molto più complesso e non può essere ridotto a una semplice sostituzione di divinità precedenti. Richiede di parlare di pellegrinaggi, santuari, percorsi medievali, stagionalità e cultura pastorale. Per questo è opportuno affrontarlo separatamente.

Possiamo almeno dire che il pastore viveva il viaggio anche come esperienza religiosa?

Veduta del Morrone con l’Eremo di Celestino V e il Santuario di Ercole Curino indicati dalle frecce

L’Eremo di Celestino V e, più in basso, il Santuario di Ercole Curino alle pendici del Morrone, nei pressi di Sulmona

Soprattutto nelle epoche medievali e moderne possiamo certamente riconoscere una forte componente religiosa nella vita pastorale, ma dobbiamo evitare di immaginare il pastore come un uomo costantemente immerso in una dimensione mistica.

Prima di tutto doveva governare gli animali, trovare acqua, rispettare tempi e distanze, affrontare il clima e raggiungere i pascoli. La religiosità entrava in questa vita concreta. Era una richiesta di protezione, un voto, una preghiera prima della partenza, una sosta presso un santuario, la celebrazione di una festa o il ricordo di un santo.

Il sacro non eliminava la fatica del viaggio. La accompagnava.

Questa relazione fra territorio e religione riguarda soltanto i pastori?

No, ed è importante sottolinearlo. Le vie percorse dagli armenti non appartenevano esclusivamente ai pastori. Lungo molte di quelle direttrici si muovevano mercanti, pellegrini, artigiani, soldati, contadini, funzionari e viaggiatori.

È uno degli errori più comuni pensare il tratturo come uno spazio isolato dal resto della società. In realtà le grandi vie di movimento mettevano in relazione mondi differenti. Gli armenti erano certamente protagonisti di alcuni periodi dell’anno, ma il territorio era vissuto da molte altre categorie di persone.

Questo aiuta anche a comprendere perché lungo le vie di comunicazione potessero svilupparsi luoghi di culto, mercati, insediamenti e punti di sosta.

Allora la transumanza non costruisce da zero il proprio paesaggio?

Esatto. Si inserisce dentro un paesaggio già abitato e interpretato.

Quando i grandi sistemi pastorali verranno progressivamente organizzati e poi sottoposti a una disciplina sempre più precisa, non si troveranno davanti a uno spazio vuoto. Incontreranno villaggi, campi, boschi, sorgenti, chiese, santuari, diritti locali, proprietà e antiche consuetudini.

Questo è essenziale per capire la storia delle vie armentizie. Il tratturo non nasce come una riga tracciata sopra una carta bianca. Attraversa territori che possiedono già una propria storia.

Possiamo quindi parlare di una sorta di stratificazione del paesaggio?

Credo sia uno dei modi migliori per leggerlo.

Ogni epoca lascia qualcosa e nello stesso tempo utilizza ciò che ha ricevuto dalle epoche precedenti. Una valle scelta per la facilità del passaggio può continuare a essere attraversata. Una fonte utilizzata nell’antichità può servire ancora molti secoli dopo. Un luogo che aveva posseduto un significato religioso può acquisirne uno nuovo.

Non sempre conosciamo tutti i passaggi e sarebbe sbagliato inventare continuità che le fonti non dimostrano. Ma il paesaggio conserva spesso una memoria più lunga delle istituzioni che lo amministrano.

Ed è forse questo il senso del titolo, “Il passo degli dèi e il cammino degli uomini”?

Sì. Gli uomini camminavano per necessità, seguivano gli animali, cercavano pascoli, acqua, mercati e luoghi nei quali fermarsi. Ma lungo quello stesso cammino incontravano un paesaggio al quale attribuivano significati che andavano oltre la semplice utilità.

Gli dèi dell’antichità, i santi del mondo cristiano, le grotte, le sorgenti, le montagne e i santuari appartengono a epoche e religioni differenti, ma ci ricordano una cosa fondamentale: il cammino non è mai soltanto distanza da percorrere.

È anche il modo attraverso il quale una società riconosce, interpreta e dà un significato al territorio che attraversa.

E molto prima che qualcuno misurasse le vie armentizie, ne fissasse i confini o ne regolasse giuridicamente il passaggio, uomini e animali avevano già imparato a leggere quella terra, seguendone l’acqua, le montagne, i valichi e quei luoghi nei quali, accanto alla necessità del vivere, avevano riconosciuto anche la presenza del sacro.

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