Transumanza, quando pastori e agricoltori si contendevano la terra: “Anche l’erba aveva una misura”

La transumanza non era soltanto il lungo viaggio di migliaia di animali dalle montagne dell’Appennino verso i pascoli del Tavoliere. Dietro quel movimento esisteva un sistema complesso di diritti, regole, consuetudini e inevitabili conflitti.

Nella quinta puntata della nostra rubrica dedicata alla storia della transumanza, insieme a Giancarlo Sociali entriamo in uno degli aspetti forse meno raccontati di questo mondo: il diritto di passare.

Per secoli pastori e agricoltori hanno condiviso gli stessi territori, ma con necessità profondamente diverse. Da una parte le greggi avevano bisogno di muoversi, raggiungere l’acqua, trovare erba e arrivare ai pascoli stagionali; dall’altra i coltivatori dovevano difendere campi, semine e raccolti.

Da questa convivenza nacquero controversie, occupazioni, accordi e compromessi. I tratturi non erano infatti semplicemente grandi strade erbose, ma parti di un sistema regolamentato nel quale il diritto dei pastori doveva continuamente confrontarsi con quello dei proprietari e delle comunità locali.

Attraverso documenti, vicende del Settecento e testimonianze dell’epoca, Giancarlo Sociali ci accompagna dentro una storia nella quale, ancora una volta, tutto sembra ricondurre a un elemento fondamentale: la terra.

Veduta del Tratturo Celano-Foggia in ambiente appenninico, con segnaletica escursionistica, prato e rilievi sullo sfondo

Un tratto del Tratturo Celano-Foggia attraversa il paesaggio appenninico, simbolo storico dei percorsi della transumanza

Perché il diritto di passare era fondamentale nella transumanza?

Quando parliamo di transumanza pensiamo soprattutto al viaggio delle greggi. Ma dietro quel viaggio c’era anche un problema fondamentale: il diritto di passare. Perché?

Perché la transumanza non poteva esistere senza attraversare territori che appartenevano ad altri o che erano destinati anche ad altri usi. Il pastore aveva bisogno di muoversi, raggiungere l’acqua, l’erba e i pascoli stagionali; l’agricoltore, invece, doveva seminare, proteggere il campo e attendere il raccolto. Entrambi dipendevano dalla stessa terra, ma la utilizzavano secondo tempi e necessità differenti.

Il problema, quindi, non riguardava soltanto la proprietà, ma soprattutto l’uso della terra. Un terreno poteva essere indispensabile all’agricoltore proprio nel momento in cui il pastore aveva bisogno di attraversarlo o di trovare pascolo per il gregge. Da questa sovrapposizione nacquero per secoli conflitti, compromessi e regole.

Una contrapposizione antichissima

Possiamo dire che questa contrapposizione tra agricoltura e pastorizia sia molto antica?

Certamente. Già nell’antichità il controllo delle vie di comunicazione e delle risorse pascolive doveva avere un’importanza considerevole per le popolazioni dell’Appennino.

Alcuni studiosi, riferendosi alle vicende del 326 avanti Cristo e alla pressione sannitica sulla Daunia, hanno ipotizzato che tra gli interessi in gioco vi fosse anche l’accesso ai pascoli invernali dell’Apulia. Sarebbe naturalmente eccessivo spiegare quelle guerre soltanto attraverso la transumanza, ma nelle economie pastorali controllare i percorsi, l’acqua e le aree di pascolo significava controllare risorse fondamentali.

Quando nasce una vera regolamentazione?

Quando nasce un sistema capace di regolamentare in maniera più precisa questi rapporti?

Con il passare dei secoli cambiarono i poteri e le forme giuridiche, ma il problema rimase sempre lo stesso: permettere alle greggi di muoversi senza compromettere le attività agricole.

Con la Dogana di Foggia e con l’organizzazione della grande transumanza questo equilibrio venne disciplinato in maniera molto più precisa. Furono stabiliti percorsi, pascoli, tempi, obblighi e diritti.

I tratturi servivano al movimento degli armenti, mentre le locazioni garantivano i pascoli invernali. Ma nemmeno un’organizzazione così complessa riuscì a eliminare la competizione per la terra.

Perché nascevano tanti contrasti durante il viaggio?

Perché era così facile che nascessero contrasti durante il viaggio?

Immaginiamo migliaia di pecore in movimento per settimane. Lungo il tratturo gli animali dovevano mangiare e bere ogni giorno.

Se la stagione era particolarmente secca, se gli armenti erano numerosi oppure se il tratturo era stato ristretto dalle coltivazioni, l’erba disponibile poteva non bastare. Bastava allora che il gregge sconfinasse in un campo vicino perché nascesse un problema.

Per il pastore trovare erba e acqua era una necessità immediata. Per l’agricoltore, invece, l’ingresso di centinaia di pecore in un terreno seminato poteva distruggere in poche ore il lavoro di mesi.

È facile comprendere perché molte controversie nascessero proprio lungo i confini tra tratturo e campi coltivati.

I pastori abruzzesi e molisani avevano diritti riconosciuti

Nel Tavoliere, però, i pastori abruzzesi e molisani non erano semplicemente forestieri arrivati con le loro greggi. Avevano dei diritti riconosciuti.

Esatto. La loro presenza non era occasionale. Facevano parte di un sistema riconosciuto e regolato dallo Stato.

I locati godevano di determinate tutele proprio perché la transumanza rappresentava una componente importante dell’economia del Regno. Dal punto di vista dei pastori quelle tutele garantivano il funzionamento del sistema; dal punto di vista delle popolazioni locali, però, potevano talvolta apparire come privilegi concessi a uomini provenienti da altre regioni.

Ed è qui che le cose diventano interessanti, perché lo stesso spazio poteva essere guardato in maniera completamente diversa.

In che senso?

Prendiamo il tratturo. Per il pastore era una strada indispensabile, senza la quale non avrebbe potuto trasferire il gregge dalle montagne abruzzesi alle pianure pugliesi.

Per l’agricoltore, invece, soprattutto nei mesi in cui le greggi non transitavano, quella larga fascia di terreno poteva sembrare una grande superficie sottratta alla coltivazione.

Era la stessa terra, ma osservata da due esigenze differenti.

Nel Tavoliere aumentavano le occasioni di conflitto

E durante i mesi trascorsi nel Tavoliere i motivi di contrasto aumentavano?

Potevano aumentare, perché i pastori rimanevano in Puglia per molti mesi. Avevano bisogno di acqua, legname, pascoli e viveri, frequentavano i centri abitati, commerciavano e utilizzavano risorse locali.

Naturalmente tutto questo produceva scambi e relazioni, ma anche occasioni di conflitto.

Dall’altra parte i pastori denunciavano continuamente occupazioni dei tratturi, restringimenti, coltivazioni abusive e appropriazioni di riposi e tratturelli.

“Le pecore avrebbero dovuto andare per aria”

Ci sono casi che descrivono proprio questa situazione?

Sì. In una supplica indirizzata al sovrano si arriva a dire che le pecore avrebbero dovuto praticamente andare per aria, perché non si riusciva più a capire dove fosse il tratturo.

I tratturi, i riposi, gli scaricatoi e i tratturelli erano stati progressivamente occupati o inglobati nelle terre circostanti.

L’espressione è evidentemente paradossale, ma rende perfettamente il problema: se restringi continuamente lo spazio destinato al passaggio delle greggi, a un certo punto gli animali non hanno più materialmente dove transitare.

Ma anche gli agricoltori avevano le loro ragioni

Ma anche gli agricoltori potevano avere le loro ragioni.

Naturalmente. Quelle superfici che il pastore considerava indispensabili al movimento del gregge potevano essere viste dal coltivatore come terre fertili che avrebbero potuto produrre grano, vino o altri raccolti.

Non sarebbe corretto trasformare questa storia in uno scontro tra buoni e cattivi.

Era una competizione tra due economie che avevano entrambe bisogno della terra.

La controversia del 1775 lungo il tratturo Pescasseroli-Candela

Esistono documenti che ci permettono di vedere concretamente come funzionassero queste controversie?

Sì, e alcuni sono particolarmente interessanti.

Nel 1775, per esempio, due gruppi di locati, uno di Calitri e l’altro di Vallata, furono coinvolti in una controversia relativa all’utilizzazione di alcuni erbaggi regi situati lungo il tratturo Pescasseroli-Candela, nei territori di Ariano e Villanova.

La disputa riguardava apparentemente l’erba, ma in realtà riguardava qualcosa di molto più importante: chi avesse il diritto di utilizzare quel terreno, in quale periodo e secondo quali condizioni.

Quindi non bastava trovare un terreno libero per poterci portare il gregge.

Assolutamente no.

Esistevano assegnazioni, consuetudini, diritti e limiti riconosciuti dall’amministrazione. Il tratturo non era uno spazio senza regole nel quale chiunque potesse transitare o pascolare liberamente.

Si poteva passare, sostare, raggiungere un riposo, utilizzare determinate aree o accedere a una posta, ma tutto avveniva all’interno di un sistema regolamentato.

Il curioso caso di Carlo del Sordo

C’è anche un episodio curioso riguardante Carlo del Sordo. Perché è significativo?

Perché dimostra quanto le posizioni potessero cambiare.

Carlo del Sordo era uno degli uomini di Vallata coinvolti nella controversia sugli erbaggi. Poco tempo prima, però, aveva ottenuto ragione in un’altra causa per i danni provocati da animali che avevano pascolato abusivamente presso un suo fabbricato rurale.

In una circostanza, quindi, poteva rivendicare il diritto di utilizzare un terreno per il bestiame; in un’altra si trovava a difendere la propria proprietà dall’ingresso degli animali.

Questo ci aiuta a capire che il confine tra pastore e proprietario non era sempre così netto.

Anche l’accesso alle locazioni seguiva regole precise

Anche l’accesso alle locazioni era regolato con molta precisione?

Moltissima.

Sempre nel 1775 Biase e Giuseppe Bertone di Vallata chiesero di essere ammessi nella locazione di Vallecannella. Ricordarono che i loro antenati erano stati precedentemente registrati nella locazione della Camarda.

Ma l’amministrazione non si limitò a riconoscere una tradizione familiare. Gli scrivani del Real Patrimonio consultarono lo Squarciafoglio per verificare quanti animali fossero già presenti nella locazione.

E cosa scoprirono?

Che risultavano già assegnate 49.268 pecore, mentre la capacità prevista era di 59.878.

Rimaneva quindi spazio per altri 10.610 animali.

Soltanto dopo questa verifica, e dopo aver esaminato la documentazione proveniente dall’Università di Vallata, ai due fratelli venne consentito di iscrivere trecento pecore.

Nei registri risultarono così incasati nella locazione di Vallecannella.

“Anche l’erba aveva una misura”

È interessante perché significa che anche il pascolo aveva una capacità precisa.

Esattamente.

Una locazione non poteva accogliere animali senza limite. Bisognava conoscere quanti greggi fossero già presenti, quanta superficie fosse disponibile e quante pecore quella terra potesse sostenere.

Potremmo dirlo con una frase molto semplice: anche l’erba aveva una misura.

Il diritto di passare non significava libertà assoluta

Quindi il diritto di passare non significava libertà assoluta.

No. Ed è forse questo il punto centrale.

Il diritto di passare non è mai stato il diritto di passare senza regole.

La transumanza aveva bisogno di libertà di movimento, ma quella libertà doveva convivere con proprietà, coltivazioni, diritti altrui, assegnazioni e consuetudini.

Per questo troviamo nei documenti una quantità enorme di cause, misurazioni, verifiche, denunce e interventi amministrativi.

Pastori e agricoltori: non soltanto conflitto

Ma il rapporto tra agricoltori e pastori era soltanto conflittuale?

No, e sarebbe un errore raccontarlo in questo modo.

Le due economie potevano anche completarsi. Gli animali, attraverso lo stabbio, contribuivano alla fertilizzazione dei terreni. I pastori compravano dai coltivatori cereali, legumi, vino e altri prodotti necessari durante i lunghi mesi trascorsi lontano da casa.

Allo stesso tempo formaggi, ricotta e altri prodotti della pastorizia entravano nei mercati locali.

Lo stesso terreno che in una stagione poteva essere motivo di contesa poteva diventare utile a entrambe le attività in un altro momento dell’anno.

Quindi pastori e agricoltori non vivevano in due mondi separati.

Tutt’altro.

Si incontravano continuamente, commerciavano, utilizzavano le stesse risorse. Potevano litigare per un confine e poi avere bisogno gli uni degli altri pochi mesi dopo.

Era una convivenza complessa, fatta contemporaneamente di competizione e collaborazione.

Il pastore abruzzese nella cultura popolare pugliese

Questa tensione entrò anche nella cultura popolare?

Sì. Ed è un aspetto molto interessante perché ci permette di uscire dai documenti amministrativi e vedere come il pastore veniva percepito dalle comunità locali.

In alcune zone della Puglia, per esempio, è rimasta una cantilena collegata ai cosiddetti giorni imprestati, secondo la quale marzo chiede ad aprile alcuni giorni di freddo per colpire il pastore abruzzese e il suo gregge.

La tradizione meteorologica esiste in molte varianti, ma in quella pugliese rimane evidente la memoria di questa presenza stagionale.

Il pastore abruzzese arrivava ogni anno, rimaneva per mesi e poi ripartiva. Era familiare e straniero nello stesso tempo.

Come venivano descritti i pastori abruzzesi?

E come venivano descritti questi pastori abruzzesi?

Dipendeva molto da chi li osservava e dal periodo storico.

Nel Settecento, quando cominciarono ad aumentare le critiche contro la Dogana e contro i vincoli che limitavano l’espansione dell’agricoltura nel Tavoliere, anche il pastore entrò nella polemica.

Alcuni lo vedevano come il rappresentante di un sistema economico ormai vecchio che ostacolava lo sviluppo della cerealicoltura.

Altri, invece, ne davano un’immagine completamente diversa.

Per esempio?

Domenico Maria Cimaglia sottolineava l’affidabilità degli abruzzesi, ricordando che ai pastori venivano affidati armenti di enorme valore.

Francesco Manicone descriveva invece le comunità pastorali come ambienti ordinati, religiosi e ospitali.

Nel giro di pochi decenni, dunque, lo stesso pastore poteva essere descritto da qualcuno come simbolo di arretratezza e da qualcun altro come uomo affidabile e depositario di solide virtù.

Quale delle due immagini era vera?

Probabilmente la domanda stessa ci porta fuori strada.

Quelle testimonianze raccontano soprattutto lo sguardo di chi osservava. Il pastore poteva diventare il simbolo di ciò che si voleva difendere oppure di ciò che si voleva cambiare.

Più che dirci con certezza chi fosse il pastore, questi giudizi ci raccontano il dibattito economico e culturale dell’epoca.

Il sapere necessario per affrontare la transumanza

Al di là di queste rappresentazioni, però, che tipo di uomo era necessario per affrontare la transumanza?

Doveva possedere un sapere pratico molto ampio.

Viveva per mesi lontano dal paese, attraversava territori differenti, custodiva animali che potevano rappresentare patrimoni considerevoli. Doveva conoscere sorgenti, valichi, distanze, erbe, condizioni meteorologiche, mercati e regole locali.

Non occorre idealizzare quel mondo per riconoscere che la sua durezza aveva prodotto conoscenze precise e necessarie.

Alla base di tutto c’era sempre la terra

Se dovessimo allora riassumere tutto con una sola idea, quale sarebbe?

La terra.

Alla base di tutto rimaneva sempre la terra.

Pastori e agricoltori ne avevano bisogno secondo tempi e finalità differenti. Da questa compresenza nacquero occupazioni, abusi, accordi, liti e compromessi.

Il diritto di passare significava mantenere una parte del territorio disponibile al movimento degli armenti, anche quando aumentava la pressione delle coltivazioni. Ma significava anche stabilire dove quel diritto dovesse fermarsi per non trasformarsi nel danno di qualcun altro.

La prossima puntata: il Tribunale della Dogana

Ed è proprio questa necessità di stabilire dove finisse il diritto dell’uno e cominciasse quello dell’altro che ci conduce al prossimo argomento?

Esattamente.

Quando esistono diritti, limiti, abusi e controversie serve qualcuno che stabilisca chi abbia ragione e faccia rispettare le regole.

La grande transumanza non aveva quindi bisogno soltanto di tratturi, locazioni, poste e pascoli.

Aveva bisogno anche di una giustizia capace di governare quel sistema.

Ed è per questo che, nella prossima puntata, entreremo in uno dei luoghi più importanti e forse meno conosciuti della storia della transumanza: il Tribunale della Dogana.

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