Quando il tratturo diventò una ricchezza del Regno: la storia della Dogana di Foggia

La transumanza non è stata soltanto il lungo cammino stagionale di uomini e greggi attraverso l’Appennino. Per secoli ha rappresentato un vero sistema economico, capace di mettere in relazione territori lontani, montagne e pianure, pascoli, mercati, produzioni e comunità.

Nel nostro viaggio dedicato alla Transumanza continuiamo a percorrere idealmente quelle grandi strade d’erba che ancora oggi attraversano l’Appennino e raccontano una parte fondamentale della sua storia.

Dopo averne ricostruito origini, funzione e importanza territoriale, entriamo questa volta in uno dei momenti decisivi della loro evoluzione: la nascita, nel 1447, della Regia Dogana della mena delle pecore di Puglia per volontà di Alfonso I d’Aragona.

La Dogana non inventò la transumanza e non creò i tratturi. Uomini e animali percorrevano quelle vie da molto prima. Ma da quel momento qualcosa cambiò profondamente: il movimento pastorale venne inserito all’interno di un sistema amministrativo, economico e fiscale organizzato su scala regnicola.

Il tratturo continuò a essere la strada concreta percorsa dalle greggi, ma divenne contemporaneamente un’infrastruttura strategica. Doveva essere mantenuto libero, controllato e riconoscibile perché attraverso quelle grandi arterie erbose non transitavano soltanto animali: circolavano lana, prodotti, uomini, lavoro, commerci e ricchezza.

Ed è proprio attraverso la storia della Dogana di Foggia che possiamo comprendere quanto la transumanza fosse centrale nell’economia e nell’organizzazione del territorio e quanto quelle strade, che oggi possiamo essere portati a osservare soltanto come testimonianze del passato, fossero in realtà una parte vitale del funzionamento del Regno. Né parliamo con Giancarlo Sociali, in questo terzo episodio della nostra rubrica dedicata alla Transumanza.

Palazzo della Dogana di Foggia in un’incisione storica legata alla transumanza

Il Palazzo della Dogana e la Piazza della Prefettura di Foggia verso la fine dell’Ottocento, in un’incisione d’epoca. Foto: Giancarlo Sociali.

Possiamo dire che con la Dogana di Foggia nasce il tratturo?

No, ed è importante chiarirlo subito. Quando Alfonso I d’Aragona istituì nel 1447 la Regia Dogana della mena delle pecore di Puglia, uomini e greggi attraversavano l’Appennino da moltissimo tempo. Le vie della transumanza esistevano prima della Dogana e, in forme diverse, prima ancora che qualcuno pensasse di definirle amministrativamente.

La novità fu un’altra. La Corona comprese che quel movimento stagionale non era soltanto una consuetudine pastorale, ma una grande realtà economica che interessava territori lontani, coinvolgeva migliaia di uomini e un numero enorme di animali e poteva essere organizzata, tutelata e naturalmente sottoposta a fiscalità.

È in quel momento che il tratturo acquista un significato diverso. Continua a essere una strada d’erba sulla quale gli animali devono camminare, ma diventa contemporaneamente una parte essenziale di un sistema economico del Regno.

Quindi la vera trasformazione fu passare dal semplice diritto di muoversi a un sistema organizzato?

Esattamente. Prima di tutto bisogna immaginare cosa significasse trasferire grandi greggi dalle montagne abruzzesi e molisane fino alle pianure pugliesi. Non si trattava semplicemente di prendere una strada e seguirla. Occorrevano pascoli lungo il percorso, acqua, luoghi dove fermarsi, spazi sufficientemente larghi affinché migliaia di animali potessero avanzare senza disperdersi e, una volta arrivati nel Tavoliere, terre sulle quali trascorrere l’inverno.

Quando questo movimento viene inserito nel sistema della Dogana, ogni parte acquista una funzione precisa. Il tratturo garantisce il collegamento, le locazioni accolgono gli armenti, le poste ne organizzano la permanenza, mentre jazzi, punti d’acqua, ricoveri e masserie di campo completano una geografia costruita intorno alla pastorizia.

Il viaggio e la permanenza non sono più due momenti separati. Diventano parti dello stesso meccanismo.

Perché tutto questo era così importante per il Regno? In fondo si trattava sempre di pecore che si spostavano.

Ed è proprio qui che bisogna evitare di guardare alla transumanza con gli occhi di oggi. Quelle pecore rappresentavano capitale. Producevano lana, carne, formaggi, pelli, animali da commercio e generavano lavoro. Intorno al loro movimento vivevano pastori, butteri, tosatori, commercianti, artigiani, trasportatori e moltissime altre figure.

Una parte di quella ricchezza entrava inoltre nelle finanze della Corona attraverso il sistema doganale. Per questo il buon funzionamento della transumanza non riguardava soltanto i proprietari degli armenti. Riguardava direttamente lo Stato.

Se il gregge non riusciva a raggiungere la Puglia, se il tratturo veniva occupato, se mancavano i pascoli o se il sistema diventava ingestibile, non era soltanto il pastore a subire un danno. Si inceppava un ingranaggio economico dal quale il Regno ricavava risorse.

È allora che il tratturo smette di essere soltanto una strada?

Direi piuttosto che continua a essere una strada, ma diventa molto di più.

Una strada ordinaria collega due luoghi. Il tratturo collegava economie differenti. Univa i pascoli estivi dell’Appennino a quelli invernali del Tavoliere, le montagne alla pianura, i luoghi della produzione della lana ai mercati e alle manifatture. Attraverso di esso si muovevano animali, uomini, denaro, merci, informazioni e rapporti sociali.

Per questo, progressivamente, quelle grandi vie erbose assumono un valore pubblico. Devono rimanere aperte, riconoscibili e percorribili perché la loro continuità serve a mantenere in funzione l’intero sistema.

Il tratturo non vale soltanto per il terreno che occupa. Vale soprattutto perché permette alla ricchezza di muoversi.

Ma come faceva la Dogana a controllare una realtà così grande?

Attraverso un’organizzazione amministrativa molto più complessa di quanto il termine “Dogana” possa far immaginare oggi. Non dobbiamo pensare semplicemente a un ufficio nel quale qualcuno riscuoteva una tassa.

Attorno al Doganiere operavano funzionari, razionali, scrivani, misuratori, percettori e altro personale. Bisognava registrare gli armenti, determinarne la consistenza, assegnare le locazioni, stabilire gli obblighi economici, controllare il territorio e intervenire quando sorgevano controversie.

Dietro il cammino apparentemente elementare di una pecora che dalla montagna scende verso la pianura esisteva quindi una macchina amministrativa considerevole.

Ed è forse questo uno degli aspetti che ci permette di capire quanto la transumanza fosse importante: uno Stato non costruisce un simile apparato intorno a un’attività marginale.

Uno degli elementi centrali era la cosiddetta “fida”. Che cosa rappresentava realmente?

La fida era legata all’ammissione e alla permanenza degli armenti sui pascoli sottoposti al sistema doganale. È importante non ridurla semplicemente all’idea moderna di un pedaggio per attraversare una strada.

Il cuore economico del sistema era infatti l’utilizzazione dei pascoli. Gli animali arrivavano nel Tavoliere per trascorrervi una parte fondamentale dell’anno e occorreva stabilire dove dovessero essere collocati, per quanto tempo e secondo quali obblighi.

Registrare gli armenti significava quindi anche trasformare una ricchezza mobile in una ricchezza conoscibile e fiscalmente controllabile dallo Stato. Migliaia di animali che ogni anno attraversavano il Regno non erano più una massa indistinta: diventavano consistenze registrate, assegnate a determinati spazi e inserite in un sistema amministrativo.

Tratturo tra Lavello e Canosa in una cartografia storica

Dettaglio di una cartografia storica con il percorso tratturale tra Lavello e Canosa, testimonianza dell’antica rete della transumanza. Foto: Giancarlo Sociali

La Dogana proteggeva il pastore oppure lo controllava?

Faceva entrambe le cose, ed è proprio questa apparente contraddizione che rende interessante il sistema.

Il pastore e il proprietario avevano bisogno di certezze. Dovevano sapere che il tratturo sarebbe rimasto percorribile, che avrebbero trovato il pascolo assegnato e che eventuali controversie avrebbero potuto essere affrontate senza bloccare per tempi interminabili il movimento degli animali.

In questo senso la Dogana rappresentava una tutela.

Ma quella tutela aveva un prezzo. Significava registrazioni, obblighi, imposizioni, controlli e regole. Lo Stato proteggeva quella economia anche perché quella stessa economia produceva entrate e quindi pretendeva che funzionasse secondo un ordine determinato.

Tutela e controllo erano due facce dello stesso sistema.

Perché fu necessaria addirittura una giurisdizione particolare?

Perché la transumanza aveva tempi che non potevano essere ignorati. Un gregge non poteva fermarsi settimane o mesi in attesa che venisse risolta una controversia. Gli animali dovevano mangiare, bere, avanzare e raggiungere i pascoli stagionali nel momento giusto.

Da qui nasceva l’esigenza di affrontare rapidamente questioni che riguardavano il mondo pastorale e il sistema doganale.

Anche questo dimostra quanto fosse particolare quella economia. Non era il territorio a rimanere immobile mentre gli uomini si spostavano al suo interno: era un’intera attività economica fondata sul movimento, e anche le istituzioni dovevano in qualche modo adattarsi ai suoi tempi.

Tutti i pastori partecipavano però nello stesso modo a questa grande economia?

Assolutamente no. Parlare di civiltà della transumanza non significa immaginare un mondo socialmente uniforme.

Condurre migliaia di animali per centinaia di chilometri richiedeva capitale, uomini, organizzazione e capacità di sostenere costi e imprevisti. I grandi proprietari disponevano evidentemente di possibilità molto diverse rispetto al piccolo allevatore. Quest’ultimo poteva essere costretto ad aggregare i propri animali a greggi più consistenti o a entrare in rapporti di dipendenza economica con soggetti più forti.

Nel sistema erano inoltre presenti nobili, grandi proprietari ed enti ecclesiastici che possedevano patrimoni armentari, terre o diritti.

La Dogana poteva dare ordine al sistema, ma non cancellava le differenze economiche e sociali che esistevano al suo interno.

Se il tratturo era diventato così importante, immagino che mantenerlo libero fosse essenziale.

Era fondamentale, ed è qui che il valore economico del tratturo diventa visibile anche materialmente.

Una grande strada armentizia aveva bisogno di spazio. Il passaggio di migliaia di animali non poteva essere ridotto a un sentiero. Ma quello spazio attraversava campagne nelle quali esistevano anche altri interessi, soprattutto quelli degli agricoltori.

Con il trascorrere del tempo i coltivi potevano avanzare, i confinanti potevano occupare porzioni della fascia tratturale e il percorso poteva restringersi. Ogni sottrazione apparentemente piccola, ripetuta per chilometri, rischiava però di compromettere la funzionalità della via.

Per questo diventavano necessarie verifiche, misurazioni e reintegre.

Documento storico illustrato legato alla transumanza e alla Dogana di Foggia

Antico documento illustrato relativo al territorio e al sistema pastorale della transumanza. Foto: Giancarlo Sociali.

Che cosa significa esattamente “reintegrare” un tratturo?

Significa, in termini molto semplici, cercare di restituire alla strada armentizia gli spazi che le appartenevano quando questi erano stati occupati, alterati o resi incerti.

I funzionari percorrevano il territorio, verificavano punti di riferimento, misuravano, confrontavano e cercavano di ristabilire i limiti del demanio tratturale.

Queste operazioni sono importantissime anche per noi, perché hanno prodotto documenti attraverso i quali possiamo ancora seguire l’antico percorso e riconoscere località, confini, corsi d’acqua, edifici e altri elementi del paesaggio.

Sul Regio Tratturo Celano–Foggia le ricognizioni e le reintegre dei secoli XVI e XVII sono, da questo punto di vista, una fonte straordinaria.

Ma perché la Corona avrebbe dovuto preoccuparsi se un agricoltore occupava qualche metro di tratturo?

Perché quei metri non erano semplicemente terra incolta.

Erano parte di un’infrastruttura.

È forse questo il concetto che oggi facciamo più fatica a comprendere. Vedendo un tratturo possiamo essere portati a considerarlo una larga striscia erbosa, quindi uno spazio apparentemente vuoto. Per il Regno, invece, quello spazio aveva una funzione precisa: consentiva il movimento degli armenti e quindi il funzionamento di un’economia dalla quale dipendevano produzione e fiscalità.

Difendere il tratturo significava difendere la continuità di quella economia.

In termini moderni diremmo che non si proteggeva soltanto il terreno, ma la funzione dell’infrastruttura.

Possiamo allora dire che con la Dogana cambia anche il valore politico del movimento pastorale?

Sì. Il movimento delle greggi diventa qualcosa che lo Stato deve conoscere, organizzare e rendere possibile.

Questo non significa che la Corona inventi la transumanza o che trasformi improvvisamente antichi percorsi in tratturi. Significa piuttosto che riconosce l’enorme valore economico di un fenomeno preesistente e costruisce intorno ad esso un sistema capace di governarlo.

Da quel momento il cammino del pastore e l’interesse del Regno finiscono per incontrarsi sulla stessa strada.

Il primo ha bisogno del tratturo per raggiungere l’erba che consentirà al gregge di sopravvivere durante l’inverno. Il secondo ha bisogno che quel gregge arrivi a destinazione perché intorno ad esso si muovono produzione, lavoro, commerci ed entrate.

Per motivi diversi, entrambi hanno quindi interesse che quella strada resti aperta.

Ed è forse questo che trasforma definitivamente il tratturo da semplice via di passaggio a elemento strutturale del territorio?

Credo che sia proprio questo il passaggio decisivo.

Il tratturo nasce dalla necessità del movimento, ma quando quel movimento viene inserito in una struttura economica e amministrativa di dimensione regnicola, la strada assume un valore che supera quello del semplice transito.

Non serve soltanto ad andare da un luogo a un altro. Mette in comunicazione sistemi produttivi complementari, consente di utilizzare pascoli lontani centinaia di chilometri, sostiene commerci e manifatture, produce fiscalità, richiede funzionari, genera norme e rende necessaria persino una specifica tutela giudiziaria.

Per gli uomini rimane la strada concreta sulla quale camminare, condurre gli animali, cercare acqua e raggiungere il pascolo.

Per il Regno diventa una delle arterie attraverso le quali circola una parte importante della sua ricchezza.

Ed è forse proprio qui che possiamo comprendere pienamente che cosa fosse un tratturo: non semplicemente una strada percorsa dalle pecore, ma un’infrastruttura economica costruita dal movimento e resa indispensabile dalla continuità di quel movimento.

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