Sono trascorsi quindici anni dalla morte di Walter Bonatti, uno dei nomi più importanti nella storia dell’alpinismo mondiale. Bonatti morì il 13 settembre 2011, all’età di 81 anni, lasciando un’eredità che va ben oltre le sue straordinarie imprese sulle grandi montagne del pianeta. Il Club Alpino Italiano, nei giorni successivi alla sua scomparsa, lo ricordò come un interprete fondamentale dell’alpinismo e come un esempio di rigore, serietà e amore per la montagna e per l’ambiente.
A distanza di quindici anni, il suo nome continua a rappresentare un modo preciso di vivere la montagna: avventura, responsabilità personale, ricerca, libertà e rispetto dell’ambiente.
E nella storia di Bonatti c’è anche un capitolo che porta direttamente nell’Appennino, sul Gran Sasso d’Italia.

Walter Bonatti a Zermatt nel 1965. Foto: Mario De Biasi / Mondadori Publishers – Wikimedia Commons, pubblico dominio. Foto: Mario De Biasi / Mondadori Publishers – Wikimedia Commons, pubblico dominio
Walter Bonatti, una vita che ha segnato la storia dell’alpinismo
Nato a Bergamo il 22 giugno 1930, Bonatti entrò giovanissimo nell’alpinismo di altissimo livello. Il Museo Nazionale della Montagna di Torino lo definisce un personaggio unico nella storia dell’alpinismo, ricordandone alcune delle imprese che lo hanno reso celebre: il Grand Capucin, il pilastro del Dru, le spedizioni nel Karakorum e nelle Ande, fino alla straordinaria solitaria invernale sulla parete Nord del Cervino.
Nel 1954 partecipò inoltre alla spedizione italiana al K2. La vicenda di quella spedizione avrebbe segnato profondamente la sua vita, dando origine a una lunga battaglia per la ricostruzione dei fatti, successivamente riconosciuta anche nelle ricostruzioni ufficiali del CAI.
Dopo gli anni dell’alpinismo estremo, Bonatti seppe trasformare lo stesso spirito di esplorazione in una nuova vita professionale, diventando reporter ed esploratore. Viaggiò attraverso ghiacciai, foreste, deserti e vulcani, raccontando luoghi remoti attraverso testi e fotografie.
Bonatti sul Gran Sasso: quella salita al Corno Piccolo nel 1979
Per Neve Appennino, però, uno degli aspetti più affascinanti della sua storia riguarda proprio il Gran Sasso.
A documentarlo è direttamente il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, che conserva all’interno della documentazione dedicata al “Percorso Bonatti” una breve lettera scritta dall’alpinista a Lino D’Angelo, storica guida alpina abruzzese.
Con tutta la mia gratitudine al caro collega Lino D’Angelo per avermi fatto conoscere il suo bellissimo Gran Sasso accompagnandomi lungo la Cresta N.E. del Corno Piccolo.
Con molta simpatia,
Walter Bonatti”
La lettera è datata Pietracamela, 25 ottobre 1979.
Bonatti ringraziava D’Angelo per avergli fatto conoscere il suo “bellissimo Gran Sasso”, accompagnandolo lungo la Cresta Nord-Est del Corno Piccolo. È una testimonianza breve, ma particolarmente significativa: documenta direttamente la presenza di Bonatti sul massiccio e una sua esperienza alpinistica su una delle montagne simbolo dell’Appennino.
Lino D’Angelo è stato una delle figure più importanti dell’alpinismo abruzzese. Il Parco lo ricorda come guida alpina profondamente legata al Gran Sasso e capace di trasmettere a generazioni di alpinisti la propria esperienza della montagna.
Un Percorso Bonatti dal Gran Sasso fino all’Himalaya
Quel legame è rimasto vivo anche molti anni dopo.
Nel 2016 è stato inaugurato il Percorso Bonatti, progetto ideato da Davide Peluzzi e Luigi Grimaldi di Explora Nunaat International e condiviso con il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
Il percorso nasce proprio con l’obiettivo di unire idealmente Gran Sasso e Himalaya nel nome di Walter Bonatti.
Sul versante appenninico attraversa ambienti di grande valore naturalistico: dai boschi dei Monti Cardito e Campiglione alle valli glaciali del Monte Corvo, passando per le creste delle Malecoste, fino a raggiungere Campo Imperatore e Rocca Calascio.
Il progetto si inserisce anche nel gemellaggio tra il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e il Parco Nazionale del Gaurishankar, in Nepal. L’idea è quella di trasformare la montagna in un elemento di collegamento tra territori e culture diverse, facendo convivere avventura, natura e cooperazione.
Un modo di vivere la montagna che resta attuale
È forse questo uno degli aspetti che rende Walter Bonatti ancora così attuale quindici anni dopo la sua morte.
Le sue imprese appartengono alla storia dell’alpinismo, ma ciò che rimane è soprattutto la concezione della montagna come luogo nel quale mettere alla prova se stessi senza trasformare necessariamente la natura in un avversario da sconfiggere.
Anche il Club Alpino Italiano, ricordandolo dopo la morte, sottolineò il valore del suo rapporto con la montagna, fatto di libertà ma anche di rispetto dell’ambiente e dei propri limiti.
Dal Monte Bianco al K2, dal Cervino alle grandi esplorazioni, fino a quella giornata dell’ottobre 1979 sul Corno Piccolo, la storia di Walter Bonatti ha attraversato alcune delle montagne più importanti del mondo.
E tra queste c’è anche il Gran Sasso.





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