Una notte al “Rifugio il Buco” dopo avere spalato la neve, il racconto di Valerio

Una notte al Rifugio il Buco del Gran Sasso d’Italia. Valerio ha raccontato attraverso un lungo post in instagram la sua esperienza tra le rocce del piccolo bivacco costruito tantissimi anni fa dai “Negri del Gran Sasso d’Italia” .

LA NOTTE AL RIFUGIO IL BUCO DOPO AVERE SPALATO LA NEVE, PER UNA LUNGA ESCURSIONE SUL GRAN SASSO: LA STORIA

Il Rifugio il Buco fu costruito da Andrea Bafile con il gruppo storico dei Negri del Gran Sasso d’Italia. I “negri” erano un gruppo di persone, al quale il fumettista Pino Zac – Giuseppe Zaccaria – attribuì questo nome.

Esperti scalatori e conoscitori del Gran Sasso d’Italia, costruirono quello che anche ad oggi viene appellato come “Ju Rifuggittu”. Si trova proprio nei pressi dell’ex ghiacciaio del Calderone, ed era un punto strategico allora sia per chi voleva praticare lo sci estivo, sia per coloro i quali volevano effettuare la traversata del Gran Sasso.

Una notte al Rifugio Il buco, ecco la storia di Valerio

Una notte al Rifugio Il buco, ecco la storia di Valerio. Foto dal Profilo instagram di Valerio Iacobini

Spesso è meta di molti escursionisti, solo per la curiosità di vedere questa particolare costruzione alle pendici dell’ex ghiacciaio del Calderone.

Valerio ha passato la notte al piccolo rifugio, e ha raccontato con un lungo post in instagram la sua storia.

All’ingresso del bivacco era ancora presente la neve, spalata con degli assi di legno presenti proprio all’interno della struttura. Di seguito la storia:

Spaliamo la neve usando gli assi di legno che troviamo all’interno.

Ju rifuggittu è un luogo estremo, suggestivo, magnetico.

Pare una grotta per pastori oppure un luogo di culto #paleolitico.

Alla fine decidiamo.

Lasciamo tutte le cose per la notte lì.

Dormiremo fra queste pietre.

Scendiamo al Franchetti, dove riposiamo un po’ guardando le formiche che tentano i tiri per la vetta del piccolo, e poi ci godiamo la cena.

Risaliamo al buco verso sera, sotto un cielo tinto di fuoco.

Le fiamme di pietra… sembrano loro ad alimentare l’incendio celeste.

Ci prepariamo a chiudere gli occhi. Ci sigilliamo dentro ai sacchiapelo.

La notte va meglio di quanto pensassi. Si dorme. Ed anche non poco. Sebbene l’umidità goccioli ovunque.

Il mattino è lì. Celeste di divino, eppure in un bollore giallo.

Si parte leggeri, carichi solo delle #corde e delle #ferraglie. Direzione calderone, in un ambiente che, privo di ogni traccia d’essere umano, è ancora più austero, severo fino allo spavento e allo sconcerto.

Per questo forse ronza sulle nostre teste come una paura reverenziale.

Vetta orientale per la nuova ferrata del calderone. Salita in #cima incontrando un gruppetto che è partito dall’ara pietra alle due del mattino solo per godersi l’alba del tetto d’Abruzzo. La stessa che ci ha aperto gli occhi, la bocca ancora piena di sonno.

Dall’Orientale scendiamo incerti per la Centrale.

La roccia insidiosa e marcia la conosciamo già: abbiamo già salito questa vetta in passato, percorrendo la Gualerzi.

Risaliamo, poi, per passaggi esposti sul Calderone fino alla Centrale.

Non ci resta che conquistare il “fungo” del Torrione Cambi, da cui poi ci incuneiamo verso il basso, nella successione di doppie che per l’intaglio sotto il terrazzone di roccia ci rideposita al ghiacciaio morente.

Inizia dunque il lungo rientro, con il recupero dell’equipaggiamento per la notte fra le instabili roccione del rifuggittu. Lì un pasto frugale ed una pausa ci danno le energie per la lunga galoppata finale all’ara pietra, sotto un cielo mozzafiato e persino attraversando un irreale banco di nebbia che per poco cela alla nostra vista i numerosi gruppi di escursionisti accorsi per la rediviva funiva.

Una notte al rifugio il buco del Gran Sasso d’Italia incastonato tra le rocce dell’ex ghiacciaio del Calderone, quello che fino a non tantissimi anni fa era meta dello sci estivo in Appennino.

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