Cartografia e orientamento in montagna: «Lo smartphone non basta, bisogna saper leggere il territorio»

Applicazioni, GPS e orologi digitali sono strumenti preziosi, ma freddo, batterie scariche e assenza di segnale possono trasformare un’escursione in una situazione delicata. La Guida Alpina Giampiero Di Federico spiega perché carta topografica, bussola e altimetro conservano un ruolo fondamentale e come preparare correttamente un itinerario.

Smartphone, applicazioni e tracce GPS hanno reso più semplice programmare e seguire un’escursione. Bastano pochi secondi per visualizzare un itinerario, conoscere la distanza dalla meta e controllare la propria posizione. Questa comodità, tuttavia, può alimentare un pericoloso senso di sicurezza.

Un telefono può scaricarsi, smettere di funzionare con il freddo, rompersi o diventare inutilizzabile proprio quando serve. Anche una traccia digitale può contenere errori oppure condurre su un itinerario non adatto alle nostre capacità e alle condizioni del momento.

Per la rubrica di Neve Appennino dedicata alla sicurezza in montagna ne abbiamo parlato con la Guida Alpina Giampiero Di Federico, approfondendo l’utilizzo della carta topografica, della bussola e dell’altimetro, ma anche lo studio preventivo del percorso, la segnaletica e il calcolo realistico dei tempi di marcia.

Misurazione di un itinerario escursionistico su carta topografica con cordino e righello

Un metodo semplice per calcolare la lunghezza di un itinerario sulla carta: seguire il percorso con un cordino e successivamente misurarlo tenendo conto della scala cartografica

Giampiero, carta, bussola e altimetro sono ormai strumenti superati?

«Potrebbero sembrare strumenti antichi perché oggi disponiamo di molte applicazioni capaci di indicarci l’itinerario. In realtà continuano a essere molto importanti. Il telefono viene utilizzato per seguire la traccia, consultare le previsioni, telefonare e scattare fotografie: tutte operazioni che consumano la batteria. Con il freddo, inoltre, l’autonomia può ridursi sensibilmente.

Il GPS, anche integrato in un orologio, rappresenta un ottimo supporto, ma conoscere le tecniche tradizionali di orientamento rimane fondamentale. Carta topografica, bussola e altimetro non sono in contrapposizione alla tecnologia: costituiscono una sicurezza aggiuntiva e ci aiutano a comprendere realmente il territorio che stiamo attraversando».

Prima di partire, quale lavoro dovrebbe compiere un escursionista?

«La preparazione comincia a casa. Bisogna studiare il percorso utilizzando fonti differenti: guide affidabili, carte escursionistiche aggiornate, applicazioni, relazioni recenti e, quando possibile, persone che conoscono la zona.

Direttissima al Corno Grande del Gran Sasso d'Italia con il Calderone sullo sfondo. Un itinerario d'alta quota dove il rischio di caduta massi rende fortemente consigliato l'utilizzo del casco

La Direttissima del Corno Grande e il Calderone in una giornata estiva. Su questo itinerario il pericolo di caduta massi è reale: il casco rappresenta uno dei principali strumenti di protezione per gli escursionisti. FOTO DI GAETANO COSTANZA

Occorre valutare lunghezza, dislivello, difficoltà, esposizione, presenza di tratti attrezzati, punti d’acqua, vie di fuga e tempi di percorrenza. È altrettanto importante controllare le previsioni meteorologiche e considerare le condizioni reali del terreno. Un itinerario classificato come escursionistico in estate può cambiare completamente con neve, ghiaccio, fango o scarsa visibilità.

La traccia scaricata sul telefono non deve sostituire questo lavoro. Seguire passivamente una linea sullo schermo non significa conoscere il percorso».

Perché è ancora importante saper leggere una carta topografica?

«Perché la carta permette di ricavare informazioni fondamentali prima ancora di mettere piede sul sentiero. È una rappresentazione vista idealmente dall’alto, costruita attraverso colori e simboli convenzionali. Consente di leggere la forma del terreno, individuare valloni, creste, boschi, corsi d’acqua, rifugi, bivacchi, strade e sentieri.

Ogni carta possiede una legenda, che deve essere consultata: simbologia, colori ed equidistanza delle curve di livello possono variare. La capacità di leggere una carta non serve soltanto quando ci si perde. Serve soprattutto a evitare di perdersi e a scegliere un itinerario adatto alle proprie capacità».

Qual è la scala più adatta all’escursionismo?

«Generalmente la scala di riferimento è 1:25.000. Significa che un centimetro misurato sulla carta corrisponde a 250 metri sul terreno. Offre un livello di dettaglio utile per l’escursionismo e permette di osservare con maggiore precisione l’andamento dell’itinerario.

Una carta in scala 1:50.000, nella quale un centimetro corrisponde a 500 metri, fornisce invece uno sguardo più ampio ma meno dettagliato. Può essere utile per percorsi lunghi o trekking di più giorni, ma nelle situazioni in cui occorre leggere accuratamente il terreno è preferibile una buona carta 1:25.000».

Che cosa ci raccontano le curve di livello?

«Le curve di livello, chiamate anche isoipse, uniscono sulla carta punti situati alla stessa quota. Permettono di immaginare la forma della montagna e soprattutto di valutare la pendenza.

Carta topografica dell’area del Rifugio Fioretti con sentieri, curve di livello e riferimenti escursionistici

La carta topografica dell’area del Rifugio Fioretti mostra sentieri, sorgenti e principali riferimenti utili per l’orientamento in montagna

Quando le curve sono molto vicine, il terreno è ripido; quando sono più distanziate, la pendenza è più dolce. Pareti, scarpate e zone particolarmente acclivi vengono rappresentate attraverso curve ravvicinate o appositi tratteggi.

Non bisogna però dare per scontato che la differenza di quota tra due curve sia sempre di 25 metri solo perché la carta è in scala 1:25.000: l’equidistanza va verificata nella legenda della singola carta».

Come si orienta correttamente la carta?

«Per convenzione il Nord si trova nella parte superiore della carta, il Sud in basso, l’Ovest a sinistra e l’Est a destra. Per utilizzare davvero la mappa dobbiamo però orientarla rispetto al terreno, normalmente con l’aiuto della bussola, facendo coincidere il Nord della carta con il Nord reale.

Poi è necessario confrontare continuamente ciò che vediamo sulla carta con ciò che abbiamo intorno: una cresta, un vallone, una cima, un corso d’acqua o un bivio. Consiglio sempre di guardarsi attorno e anche indietro. Il paesaggio che vedremo durante il ritorno sarà diverso da quello osservato salendo. Memorizzare punti di riferimento riconoscibili può essere determinante».

Che cosa significano destra e sinistra orografica?

«Si definiscono osservando un corso d’acqua nella direzione in cui scorre, quindi con le spalle verso monte e lo sguardo rivolto a valle. La destra orografica sarà alla nostra destra e la sinistra orografica alla nostra sinistra. Se stiamo risalendo il vallone e guardiamo verso monte, naturalmente le due parti appariranno invertite rispetto alla nostra posizione».

Anche l’altimetro può aiutare a orientarsi?

«Sì. Incrociando la quota indicata dall’altimetro con la carta possiamo verificare la nostra posizione, soprattutto quando attraversiamo un sentiero, una curva o un punto noto. All’inizio dell’escursione l’altimetro barometrico deve essere tarato su una quota certa, per esempio quella indicata sulla carta in corrispondenza del punto di partenza. Durante il cammino è utile controllarlo e ricalibrarlo quando raggiungiamo luoghi di quota conosciuta.

Bisogna ricordare che l’altimetro barometrico ricava la quota dalla pressione atmosferica. Se la pressione cambia, può indicare una quota diversa anche se siamo rimasti fermi. Proprio questa caratteristica può offrire un’indicazione sulla tendenza meteorologica: a posizione invariata, una quota indicata in aumento può segnalare un calo della pressione; una quota in diminuzione può indicare un aumento della pressione. Non sostituisce però le previsioni e va interpretato insieme agli altri segnali meteorologici».

Esiste un sistema per individuare i punti cardinali attraverso un orologio analogico?

«Nell’emisfero settentrionale si può orientare la lancetta delle ore verso il Sole: la bisettrice dell’angolo compreso tra la lancetta delle ore e le 12 indica approssimativamente il Sud; dalla parte opposta si trova il Nord.

È un metodo indicativo, influenzato dall’ora legale, dal fuso e dalla posizione geografica. Non può sostituire una bussola, ma conoscere anche questi sistemi può tornare utile in caso di necessità».

Quanto possiamo fidarci della segnaletica presente sui sentieri?

«La segnaletica bianca e rossa è molto diffusa e costituisce un riferimento fondamentale. Esistono poi cartelli, paletti, segni sulle rocce e i tradizionali ometti di pietra.

Non dobbiamo però affidarci esclusivamente ai segnavia: possono essere scoloriti, danneggiati, nascosti dalla vegetazione o dalla neve e, in alcuni casi, collocati in maniera poco chiara.

L’escursionista deve verificare la direzione attraverso la carta e gli altri strumenti. Anche davanti a un cartello bisogna continuare a ragionare. In montagna nessun segnale può sostituire l’attenzione».

Le sigle T, E, EE ed EEA che cosa indicano?

«Indicano la difficoltà escursionistica dell’itinerario. T identifica generalmente un percorso turistico, su strade, mulattiere o sentieri evidenti e con impegno contenuto. E indica un itinerario escursionistico che può presentare dislivelli importanti e richiede allenamento, esperienza e capacità di orientamento.

EE è riservato agli escursionisti esperti: comprende terreni impervi, tracce discontinue, pietraie, pendii ripidi, esposizione e passaggi che richiedono passo sicuro e adeguata esperienza.

EEA identifica invece gli itinerari attrezzati e le vie ferrate, per i quali servono preparazione tecnica e dispositivi certificati: casco, imbracatura e kit da ferrata con dissipatore.

La sigla va letta insieme alla relazione dell’itinerario e alle condizioni presenti. Non è un’etichetta assoluta: maltempo, neve o ghiaccio possono innalzare notevolmente l’impegno».

Come si calcola un tempo di percorrenza realistico?

«I tempi riportati sui cartelli e nelle relazioni sono indicativi e non possono adattarsi a tutti. Dipendono dall’allenamento, dal terreno, dalla quota, dal peso dello zaino, dal numero dei partecipanti e dalle soste.

Per un escursionista mediamente allenato, su un sentiero agevole, si può assumere indicativamente una velocità di 3,5-4 chilometri orari in piano e una progressione di circa 350 metri di dislivello positivo ogni ora. Sono valori di riferimento, non una promessa.

Bisogna aggiungere le soste, i rallentamenti del gruppo e un margine per gli imprevisti. Meglio pianificare con prudenza, partire presto e avere tempo sufficiente per rientrare prima del buio. In montagna il tempo dichiarato da un’applicazione non deve mai diventare una gara contro l’orologio».

Qual è il consiglio più importante durante la marcia?

«Mantenere un ritmo regolare, proporzionato alla persona meno allenata del gruppo. All’inizio bisogna partire lentamente, permettendo ai muscoli di scaldarsi, evitando strappi e continui cambi di passo.

Occorre osservare il terreno, controllare periodicamente la propria posizione e non aspettare di essere completamente disorientati prima di fermarsi. Se qualcosa non torna, bisogna tornare all’ultimo punto certo. Proseguire sperando di ritrovare più avanti il sentiero spesso peggiora la situazione.

E bisogna conservare sempre la capacità di rinunciare. Se il meteo peggiora, il percorso non corrisponde alle aspettative o il gruppo accumula troppo ritardo, tornare indietro è una scelta responsabile, non una sconfitta».

Tecnologia e conoscenza devono camminare insieme

Applicazioni, GPS e orologi satellitari hanno migliorato sensibilmente la possibilità di pianificare e seguire un’escursione. Possono mostrare la posizione, registrare una traccia e aiutare a chiedere soccorso. Il loro valore, però, cresce quando vengono utilizzati da persone capaci di osservare il territorio e comprendere una carta.

La sicurezza non nasce dal possesso di un singolo strumento, ma dalla combinazione tra preparazione, esperienza, prudenza e capacità di prendere decisioni. Una batteria di riserva può essere utile; una carta protetta dall’acqua e una bussola pesano pochissimo. Ma lo strumento decisivo rimane la consapevolezza di chi affronta la montagna.

Come ricorda Giampiero Di Federico, orientarsi non significa soltanto sapere dove ci troviamo: significa capire dove stiamo andando, quanto tempo ci servirà e quando è il momento di tornare indietro.

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