Addio a Nerina, la gatta custode del Colosseo

Ciao, Nerina. La terra ti sia lieve come il tuo passo sulle antiche pietre di questo anfiteatro che conoscevi in ogni angolo recondito. Le fusa, i graffi, l’incedere su e giù per le scale ci mancheranno ogni giorno e ci sembrerà di vederti ancora stiracchiarti felice al sole, sull’arena.
Con amore, da tutti noi
“.

Nerina

Nerina, la gatta-custode del Colosseo

Con queste parole, il personale del Parco archeologico del Colosseo saluta sui social network Nerina, la gatta-custode del più famoso anfiteatro del mondo.

Scompare così la protagonista di una delle più classiche delle visite turistiche della Capitale, tanto che le guide erano abituate a presentarla ai visitatori di tutto il mondo. Le sue condizioni si sono aggravate per una forma di linfoma.

Tra i tre gatti dell’Anfiteatro Flavio, lei era la più nota: si stendeva sorniona sui resti antichi e non disdegnava le coccole dei visitatori. Aveva una caratteristica: quando riposava non sopportava di essere disturbata. Questo suo comportamento aveva portato la direzione del museo ad acquistarle un collarino con la scritta “Don’t touch me” (“Non toccarmi”) per cercare di evitare che qualche turista venisse graffiato.

Nerina

Nerina aveva dieci anni ed era la gatta più famosa e fotografata del mondo. Foto di Serena Michelangeli

Lei era la più socievole degli altri due gatti del Colosseo, Augusto e Tigrotta – spiega a Kodami l’archeologa Barbara Nazzaro, responsabile tecnica del Colosseo e della colonia felina – Nerina, nei suoi 10 anni di vita, è stata sempre molto fotografata. Avevamo provato a metterle un collarino ma l’ha perso abbastanza presto: quando qualche turista la toccava mentre riposava lei li graffiava. Così, per evitarlo, avevamo pensato di metterle il collarino con la scritta». Non era solo scontrosa, però. Un po’ come tutti i gatti Nerina sapeva essere molto coccolosa. «Faceva tante fusa, ma solo quando ne aveva voglia. Con la riduzione del numero dei visitatori a causa della pandemia si era molto addolcita“, prosegue l’archeologa.