L’Aquila, chiude il bar di Leò: il suo orologio fermo al terremoto era diventato un simbolo

Il chioschetto di San Bernardino ha accompagnato la città prima e dopo il sisma del 2009. Con il pensionamento di Leo si conclude una storia di lavoro, incontri e presenza nel centro storico, anche negli anni più difficili.

Ci sono luoghi che entrano nella storia di una città attraverso la vita quotidiana. Un caffè, un incontro, una sosta nello stesso posto per anni. All’Aquila, il bar di Leò a San Bernardino è stato uno di questi: un piccolo chiosco diventato un riferimento per chi viveva il centro e per chi ha continuato a frequentarlo dopo il terremoto.

Ora quella storia arriva a una svolta.  Leò va in pensione e il chioschetto chiude. Leonardo Spriveri, 73 anni, ha lavorato per vent’anni in centro storico insieme alla moglie Margherita Tiozzo, attraversando una stagione che ha trasformato profondamente L’Aquila.

La notizia riguarda un’attività commerciale, ma tocca anche la memoria di un luogo che ha accompagnato gli aquilani nel lungo percorso del doposisma.

L’orologio fermo all’ora del terremoto

Nella storia del bar resta un’immagine dal forte significato: le lancette dell’orologio ferme all’ora del terremoto del 6 aprile 2009.

Quel quadrante conservava la traccia del momento che aveva cambiato la città. Dentro un luogo tornato ad accogliere persone, il tempo interrotto dell’orologio conviveva con quello delle giornate che ricominciavano.

È anche attraverso questo particolare che il bar di Leò era diventato conosciuto dopo il sisma. Un oggetto quotidiano aveva assunto il valore di una testimonianza: ricordava la notte del terremoto mentre, attorno, riprendevano il lavoro, gli incontri e le conversazioni.

Esterno della Caffetteria San Bernardino con insegna, tende gialle e piante fiorite

Il chioschetto della Caffetteria San Bernardino, conosciuto dagli aquilani come il bar di Leò.
Descrizione

Leò e la sua famiglia avevano scelto di restare

Leò e la sua famiglia avevano scelto di restare, mantenendo il legame con la città. Il bar fu tra le prime attività di questo tipo a riaprire dopo il sisma, offrendo nuovamente un punto d’incontro nel centro ferito.

La riapertura aveva un significato che andava oltre il servizio al bancone. Ritrovare un posto conosciuto permetteva di recuperare un’abitudine, incontrare qualcuno, tornare a frequentare un angolo della città.

Il chioschetto ha poi attraversato gli anni dell’emergenza e della ricostruzione, accompagnando il progressivo cambiamento del centro storico. La sua presenza è diventata parte del racconto del doposisma: un’attività rimasta legata al luogo e alle persone che lo frequentavano.

Leo dietro il bancone della Caffetteria San Bernardino indica il grande orologio appeso sopra la macchina del caffè.

Leò indica l’orologio della Caffetteria San Bernardino, le cui lancette sono rimaste ferme all’ora del terremoto del 6 aprile 2009. Estratto dal video racconto di Mirko Polisano – Cronache dal Mondo

La cura delle aiuole, un gesto per la città

Un episodio documentato racconta bene questo rapporto. Nel maggio 2011, a due anni dal terremoto, AbruzzoWeb dedicò un articolo a Leonardo Spriveri e alla cura degli spazi verdi attorno al chioschetto.

Leò e sua moglie si occupavano da tempo delle aiuole e del prato, provvedendo alla semina e all’irrigazione. Quell’impegno era stato formalizzato attraverso una convenzione con il Comune per il recupero delle aree verdi urbane. Il servizio descriveva il bar accanto alla basilica di San Bernardino come un luogo frequentato prima del sisma e ancora capace di richiamare i giovani dopo la tragedia.

In un centro segnato dalle conseguenze del terremoto, prendersi cura di un’aiuola significava rendere nuovamente accogliente uno spazio condiviso. Era un lavoro quotidiano che contribuiva alla vita della città, insieme a quello svolto nel bar.

Un ritrovo per chi aveva perso i propri spazi

Il valore sociale del chioschetto emerge anche da un’altra cronaca del doposisma. Il Centro raccontò che alcuni pensionati del circolo di San Basilio, rimasti senza la sede utilizzata prima del terremoto, si incontravano proprio al bar di Leò a San Bernardino.

Una testimonianza concreta di ciò che un’attività di quartiere può rappresentare. Quando i luoghi abituali diventano inaccessibili e le persone si ritrovano disperse, un punto d’incontro aiuta a conservare le relazioni.

Il saluto a un simbolo della quotidianità aquilana

Con il pensionamento di Leò si conclude una lunga esperienza professionale e familiare. Per chi ha frequentato il chioschetto, la chiusura porta con sé ricordi legati a stagioni diverse: la città prima del terremoto, gli anni difficili del doposisma, il ritorno graduale delle persone nel centro.

Il bar ha vissuto tutto questo da una posizione particolare, accanto a San Bernardino, custodendo insieme la memoria del sisma e la continuità dei gesti quotidiani.

Le lancette ferme ricordavano il momento della frattura. Leò ne la sua famiglia, tornando al lavoro e scegliendo di restare, hanno contribuito a far ripartire la vita attorno a quel ricordo.

È per questo che il chioschetto occupa un posto nella storia recente dell’Aquila: attraverso la presenza, il lavoro e la capacità di offrire alle persone un luogo in cui ritrovarsi.

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