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Ghiacciaio del Calderone

Con il termine glacialismo si intende la tarsformazione di un determinato territorio nell’arco delle stagioni. Per quel che riguarda il nostro Appennino questo fenomeno si verifica principalmente nelle due montagne più alte dell’intera dorsale, vale a dire il Gran Sasso e la Majella, mentre in forma più ridotta anche sul Pollino. Nel corso degli ultimi anni si è verificata una graduale riduzione e/o regressione della massa ghiacciata a causa soprattutto dei cambiamenti climatici; pensate, nel corso degli ultimi 150 anni, addirittura, si è centinaia di ghiacciai alpini e pirenaici sono letteralmente scomparsi! Sappiamo bene, tornando alle nostre montagne, che sul Gran Sasso è presente il famoso Ghiacciaio del Calderone che, in base agli ultimi dati e alle ultime ricerche, presenta una sorprendente conservatività (potete trovare la ricerca completa e dettagliata sul numero di Aprile della nostra rivista).

Ecco un’estratto di questo studio (Marco Scozzafava, Angelo Monaco et ALL) : Nel mese di Luglio del 2015 è stata condotta un’indagine con tecnologia GPR sul Ghiacciaio del Calderone, sul massiccio del Gran Sasso, dopo 16 anni dall’ultima indagine effettuata con la stessa tecnologia; analogamente a quella l’indagine è stata effettuata con un’antenna non accoppiata al suolo, dettata dall’esigenza di operare agevolmente anche su superfici sconnesse e accidentate, con lo scopo di verificare la possibilità di ottenere dati migliori rispetto al passato. I risultati ottenuti sono stati pubblicati nel mese di Marzo 2017 e sono da considerarsi estremamente soddisfacenti, consentendo un agevole Calderone 1confronto con i rilievi effettuati con analoga tecnica nel 1998 e nel 1999 e soprattutto con la prospezione GPR del 1992. L’interpretazione dei dati registrati ha messo in luce una sostanziale ed in gran parte inaspettata conservatività della massa glaciale nel settore medio-inferiore del ghiacciaio, con spessore massimo stimato pari a circa 25 metri ed un picco massimo localizzato di spessore di circa 26 metri nel punto di massima profondità del substrato.

Ciò significa dunque che rispetto agli ultimi anni il Calderone ha preservato una certa conservatività.

Il ghiacciaio, attualmente, è diviso in due parti; una superiore (poco sotto la vetta occidentale del Corno Grande) e una inferiore (nei pressi della morena glaciale).

Calderone
Il Calderone nel 1913. Foto Haas, archivio Enrico Rovelli

Un altro importante apparato presente sull’Appennino abruzzese è il glacionevato del Franchetti, situati nei pressi del Rifugio omonimo. Presenta una larghezza di circa 40 metri ed è particolarmente soggetto a fluttuazioni annuali anche piuttosto ampie, seppur il suo nucleo è composto di ghiaccio antico. Come non citare, ovviamente, anche i glacionevati presenti sulla Majella (fonte studio Iurisci e Sulli); il più importante è sicuramente il Glacionevato del “Pozzacchione” al secolo Pozzo di Monte Amaro, una massa di neve che si conserva all’interno di una dolina profonda oltre 15 metri. Pensate, nel 2012 il ghiaccio si era davvero ridotto in maniera preoccupante. Menzioniamo anche i glacionevati di Val Forcone, tra il Monte Acquaviva e la Cima delle Murelle, lingue di neve queste che nel corso degli anni hanno subito scioglimenti quasi totali. Per quel che riguarda il Glacialismo Appenninico, tuttavia, bisogna fare una distinzione importante relativa soprattutto alla latitudine, in quanto da questo molto dipende sia la genesi sia la conservazione dei ghiacciai. Si tratta di una situazione particolarmente complessa che, nel corso degli anni, ha riscontrato numerose divergenze di opinioni circa la presenza di tracce glaciali soprattutto sull’Appennino ligure e in quello calabro, rispettivamente situati a nord e a sud dell’Italia. Per questo, dopo recenti studi, è stato dimostrato le tracce glaciali più recenti rinvenute a sud si troverebbero nel Pollino, in Basilicata. Morfologie glaciali, tuttavia, si sono osservate anche sull’Etna, in Sicilia, seppur in questo caso stiamo parlando di un monte ben superiore ai 3000 metri di altezza.

PRESENZA STORICA E CARATTERISTICHE DEI GHIACCIAI SULL’APPENNINO – Anche la dorsale appennica, così come le Alpi, è stata interessata in maniera estremamente estesa dall’ultima glaciazione (chiamata Würm); i ghiacciai, tuttavia, si sono formati soprattutto sul versante Adriatico della dorsale, perché favorito dall’esposizione a nord/nord-est dalle minori pendenze rispetto al versante tirrenico, esposto invece a maggiormente a sud. Bisogna però sottolineare che anche le valli glaciali presenti sul Velino, nella Majella e nel Gran Sasso (specie Campo Imperatore) sono esposte verso il meridione. Il ghiacciaio più vasto era sicuramente quello della Val Parma, che aveva un’estensione di oltre 23 kmq, di poco superiore ai 21 kmq di quello di Campo Imperatore. Altro particolare molto importante era la presenza, in Appennino, di ghiacciai vallivi “incastellati” nelle parti più elevate delle montagne; in queste aree, infatti, si possono tutt’ora riconoscere in maniera ben distinta decine e decine di “circhi” (delle depressioni sub-circolari a forma di anfiteatro).

Il tipo più comune è l’emiciclo a fondo concavo, anche se nei versanti più ripidi si notano anche alcuni tipi a forma di imbuto.  Nel 1977 vennero altresì scoperte sul Monte Nevert (Appennino Settentrionale) delle antiche morene glaciali probabilmente risalenti alla fase pre-glaciale del  Würm, anche se negli anni precedenti vennero confermate presenze di depositi antichi di ghiaccio anche nell’Appennino centrale. Non solo, perché alcuni studi effettuati negli anni passati sono concordi nel ritenere che la glaciazione “prewürmiana”, corrispondente molto probabilmente allo stadio isotopico 6, abbia generato ghiacciai che sono scesi più in basso rispetto a quelli “würmiani”. Anche prima del Pleistocene Superiore, quindi, il clima e l’altezza della catena montuosa avevano creato le condizioni necessarie per lo sviluppo del glacialismo in tutto l’Appennino, come invece non si mai era creduto in passato. I ghiacciai sono gradualmente discesi verso le valli appenniniche con lingue che arrivavano a toccare i 700-750 metri sull’Appennino tosco-emiliano, a circa 1100 metri per quel che riguarda i Monti Sibillini, il Gran Sasso e il Velino, più in alto invece sul Terminillo, a Campo Imperatore e nella Majella.

Con il passare degli anni, tuttavia, il limite delle nevi si è progressivamente innalzato, fino addirittura a scomparire; l’ultima testimonianza di glacialismo appenninico è, come detto in apertura, il Ghiacciaio del Calderone, capace di sopravvivere grazie al microclima nonostante ormai sia notevolmente sceso sotto il limite climatico delle nevi.

Studio di Paolo Roberto Federici, Università degli studi di Pisa.

nevaio Pollino
Il nevaio presente nel Pollino

Rinaldo Cilli

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