Gran Sasso, Giampiero Di Federico racconta la prima solitaria invernale sul Terzo Pilastro del Paretone

Nel febbraio del 1980 Giampiero Di Federico realizzò una delle imprese più significative della sua storia alpinistica: la prima salita invernale in solitaria del Terzo Pilastro del Paretone del Gran Sasso.

Tre giorni sulla parete, due bivacchi, neve, ghiaccio, temperature rigidissime e un ambiente che ancora oggi rappresenta uno dei luoghi più severi dell’intero Appennino.

Ma quella salita nacque molto prima, quasi come un’ossessione.

Ne abbiamo ripercorso la storia direttamente con lui.

Giampiero Di Federico, Guida Alpina e la sua ascesa al Paretone

Giampiero Di Federico, Guida Alpina e la sua ascesa al Paretone

Giampiero, perché proprio il Terzo Pilastro del Paretone?

In quegli anni la salita invernale dei Pilastri rappresentava uno dei grandi problemi ancora irrisolti del Gran Sasso. Nessuno si era ancora avventurato d’inverno su quelle strutture e la loro salita era diventata quasi un tabù.

Alcuni alpinisti ritenevano che sarebbe stato possibile riuscirci soltanto utilizzando tecniche quasi “himalayane”, con corde fisse e un grande lavoro di squadra.

Io, invece, avevo cominciato a pensare seriamente di poterlo fare in maniera diversa.

Avevi già provato a salire il Paretone in inverno?

Sì. Due anni prima avevo tentato insieme a Roberto Mancini, ma una bufera ci aveva respinti.

Quel fallimento, però, non aveva fatto altro che aumentare il mio desiderio di tornare.

Mi sentivo pronto e soprattutto avevo deciso una cosa: questa volta avrei provato da solo.

Perché scegliere una salita solitaria?

La decisione di affrontarla da solo mi dava una forza particolare. Mi caricava e mi permetteva di raggiungere quel livello di concentrazione che ritenevo indispensabile per una salita di quel genere.

Scelsi il Terzo Pilastro, il più netto ed evidente, lungo la via Alessandri-Leone.

Durante tutto l’autunno e l’inverno mi allenai molto e seguii continuamente le condizioni meteorologiche.

Quando arrivò la finestra giusta, partii.

Ma il primo tentativo del febbraio 1980 finì prima ancora che potessi realmente iniziare la salita.

Sì, e per un errore che avrebbe potuto costarmi molto caro.

Il 15 febbraio raggiunsi la base del Terzo Pilastro e sistemai una piccola tenda su una nicchia della parete.

Faceva molto freddo e tirava vento. Per riuscire a cucinare portai il fornellino dentro la tenda.

Quando sollevai il coperchio del pentolino fui investito dal vapore bollente. Persi quasi conoscenza e mi ustionai gravemente una mano.

Riuscii ad aprire la tenda e a gettare fornello e pentolino nel vuoto. Passai la notte senza poter bere né mangiare e il giorno successivo fui costretto a ritirarmi.

E pochi giorni dopo partecipasti anche a un drammatico intervento di soccorso sulla Maiella.

Sì. Avevo ancora la mano fasciata quando fui chiamato per le ricerche di una ragazza dispersa sulla Maiella.

Fu una vicenda tragica, che ancora oggi ricordo molto bene.

Partecipammo al recupero in condizioni estremamente difficili, durante la notte e con la neve.

Nonostante l’ustione, appena una settimana dopo eri nuovamente sul Gran Sasso.

Non volevo aspettare un altro inverno.

Inoltre si era sparsa la voce del mio tentativo e temevo che qualcuno potesse precedermi.

Il 25 febbraio tornai ai Prati di Tivo. La mano non era ancora completamente guarita, ma questa volta avevo cambiato strategia.

Niente tenda e niente bivacco preliminare alla base: avrei raggiunto il Pilastro e avrei cominciato immediatamente a scalare.

Quanto fu impegnativo soltanto raggiungere l’attacco?

Partii alle due del mattino.

Dovevo superare circa 1.200 metri di dislivello, raggiungere l’Anticima della Vetta Orientale e poi scendere nel Canale Iannetta fino all’attacco del Terzo Pilastro.

La neve era profonda e non c’erano tracce.

Dopo sette ore e mezza di marcia arrivai finalmente alla base della parete.

Avevo uno zaino di oltre venti chili.

E iniziai subito a scalare.

Eri completamente solo e, all’epoca, senza telefono.

Non avevo né radio né razzi segnaletici.

I telefonini naturalmente non esistevano.

Era una scelta precisa. Volevo affrontare quell’avventura assumendomi completamente la responsabilità di quello che stavo facendo.

La salita richiedeva un sistema particolare di autoassicurazione.

Mi autoassicuravo continuamente.

Questo significava salire un tratto, poi ridiscenderlo per recuperare il materiale utilizzato per assicurarmi e quindi risalirlo nuovamente.

In pratica ero costretto a percorrere parti della parete più volte.

Ma finalmente ero sul Pilastro.

Davanti a me avevo circa 550 metri di roccia, neve e ghiaccio mai saliti in inverno.

Come trascorresti la prima notte?

Mi fermai intorno alle 15.30.

Preparai un punto di bivacco, piantai alcuni chiodi e sistemai una corda come una sorta di mancorrente.

Mi collegai alla corda con l’imbracatura e trascorsi la notte nel sacco piuma.

Non potevo praticamente sdraiarmi.

Faceva molto freddo e durante la notte cercavo di scaldarmi facendo ginnastica isometrica.

Il giorno successivo trovasti condizioni ancora più severe.

La parete era piena di neve, ghiaccio e vetrato.

Utilizzavo continuamente piccozza e ramponi, mettendoli e togliendoli a seconda delle condizioni.

Ricordo soprattutto il silenzio.

C’erano soltanto il mio respiro, i colpi della piccozza e il rumore dei ramponi sulla roccia e sul ghiaccio.

Era un ambiente straordinario.

Arrivò poi il secondo bivacco.

Trovai una cengia nella neve dove riuscii finalmente a sdraiarmi.

Sistemai il materassino e utilizzai persino la corda sotto il sacco piuma per isolarmi un po’ dalla neve.

Il vento era fortissimo e penso che la temperatura fosse inferiore ai venti gradi sotto zero.

Ma ormai vedevo che il Pilastro stava per finire.

Cominciavo a pensare che il giorno successivo sarei riuscito a raggiungere la vetta.

Cosa provavi in quei momenti, completamente solo sulla parete?

È difficile da spiegare.

Ero solo con la roccia, il ghiaccio e il vuoto.

In quelle condizioni tutto diventa estremamente essenziale.

Ti senti piccolo davanti alla montagna, ma allo stesso tempo senti di essere veramente te stesso.

La scalata solitaria, almeno per me, aveva anche questo significato: eliminare tutte le maschere che normalmente indossiamo nella vita quotidiana.

Il terzo giorno arrivò finalmente l’uscita.

Risalì le corde che avevo lasciato il giorno precedente e affrontai gli ultimi 150 metri del grande diedro finale.

Il vento era violentissimo.

Avevo problemi alle dita per il freddo e continuavo con il mio sistema di autoassicurazione.

Quando finalmente arrivai sotto la cornice di neve, la attraversai delicatamente e uscii sulla cresta.

Dopo tre giorni ero finalmente al sole.

Terzo Pilastro del Paretone del Gran Sasso, teatro della prima salita invernale e in solitaria di Giampiero Di Federico nel febbraio 1980

Il Terzo Pilastro del Paretone del Gran Sasso, dove Giampiero Di Federico realizzò il 26, 27 e 28 febbraio 1980 la prima salita invernale e in solitaria. Le frecce indicano i punti dei due bivacchi sulla parete.

Quando hai capito davvero che ce l’avevi fatta?

Quando raggiunsi la cresta sapevo che il Pilastro era ormai alle mie spalle.

Ma continuavo a essere molto concentrato, perché sapevo che proprio quando termina una grande salita può diminuire l’attenzione.

Ero stanco dopo tre giorni di scalata e due bivacchi.

Scesi verso il Calderone e poi nel Vallone delle Cornacchie.

A un certo punto sentii delle voci provenire dalla parete del Corno Piccolo.

Era Massimo Marcheggiani.

Mi chiese da dove stessi arrivando.

Gli risposi: “Dal Terzo Pilastro”.

“Da solo?”

“Sì, solo”.

E una volta tornato ai Prati di Tivo?

Entrai nel bar dell’albergo Gran Baita e comprai una bottiglia da un litro e mezzo di aranciata.

La bevvi praticamente tutta.

Avevo la barba lunga, ero stanchissimo e i vestiti erano malridotti.

Telefonai agli amici perché venissero a prendermi e poi mi addormentai su una panca davanti al bar.

Dopo un’esperienza del genere cambia anche il rapporto con la vita quotidiana?

Sì.

Quando tornai a casa mi sorprendevo ad apprezzare cose semplicissime: accendere la luce, l’acqua calda, un letto morbido, bere un caffè con gli amici.

Tre giorni da solo su quella parete avevano cambiato temporaneamente la prospettiva.

Avevo vissuto freddo, vento, paura e coraggio.

Ma soprattutto avevo vissuto un’esperienza nella quale mi ero sentito completamente me stesso.

Guardando oggi a quella stagione della tua vita, rifaresti tutto?

La passione per l’avventura ha guidato gran parte della mia vita.

Allora accettavo un livello di rischio molto elevato perché sentivo dentro di me una fortissima sicurezza.

Ma con il tempo ho anche capito una cosa: il rischio esiste realmente e non può essere ignorato.

Già allora avevo deciso che, nel momento in cui quella sensazione di sicurezza fosse stata incrinata dal dubbio, sarebbe arrivato il momento di smettere con l’alpinismo estremo.

La montagna mi ha insegnato anche questo.

Il racconto completo nel libro “La vita è fredda”

Quello ripercorso in questa intervista è soltanto uno dei tanti capitoli della lunga storia alpinistica di Giampiero Di Federico.

Il racconto completo della prima salita invernale e in solitaria del Terzo Pilastro del Paretone del Gran Sasso, con tutti i dettagli, le difficoltà, i bivacchi e le riflessioni vissute in quei giorni, è contenuto nel libro “La vita è fredda”, pubblicato nel 2020 da Nuova Prhomos.

Nel volume Giampiero Di Federico ripercorre non soltanto alcune delle sue più importanti imprese sulle montagne italiane e del mondo, ma anche il rapporto con il rischio, l’avventura, la libertà e una vita trascorsa in gran parte tra roccia, neve e ghiaccio.

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