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Durante la stagione invernale un argomento che in meteorologia risulta estremamente importante per determinare la quota neve in una certa area è sicuramente lo zero termico, la quota ove si localizza la temperatura di 0°C. Si sente spesso parlare di neve appena poco al di sotto della quota dello zero termico o addirittura, talvolta, si tirano in ballo teorie fantascientifiche che vedrebbero la neve scendere alla quota media di 500 metri al di sotto dello zero termico. Si tratta solo ed esclusivamente di chiacchiere, nulla di tutto ciò è più sbagliato. Andiamo a scoprire insieme tutte le varianti.

Prima di iniziare il nostro percorso è tuttavia necessario ribadire che ci sono diverse possibilità affinchè la neve riesca a scendere fino al suolo senza subire delle modifiche strutturali nel fiocco e queste possibilità sono essenzialmente quattro: l’umidità nello strato d’aria appena al di sotto della copertura nuvolosa, l’intensità della precipitazione, la quota dello zero termico (che di fatto è la zona ove al di sotto di essa la temperatura fa registrare valori termici positivi) e la media termica dello strato che separara lo zero termico stesso e la superficie terrestre.

Sappiamo altresì che le variabili in gioco sono davvero molte in queste situazioni; naturalmente è risaputo che quando la precipitazione incontra uno strato d’aria che presenta temperature totalmente inferiori allo zero fino al suolo si trasforma in neve e senza alcun problema scende fino al piano, mantenendo di fatto quelle che sono le proprietà fisiche acquisite all’interno della nube, quindi nello stato iniziale. Se invece la temperature presente tra lo zero termico e il suolo si mantiene positiva, allora intercorre l’elevato rischio che la precipitazione possa assumere inizialmente carattere nevoso (quindi non appena scende dalla nube), per poi trasformarsi progressivamente in pioggia per via della lunga esposizione a temperature positive. Effettivamente ad oggi si dispone di svariate tecniche per monitorare le temperature in quota, uno su tutti ovviamente il Radiosondaggio.

Non ci resta dunque che analizzare i diversi casi in cui, con una variante della quota dello zero termico, si possono verificare o meno precipitazioni nevose.

NB: le quote che trovate nei quattro casi sono solo un esempio, nella realtà ovviamente possono risultare anche diverse a seconda delle condizioni. Quel che conta, a riguardo, è comprendere quelli che sono i meccanismi di queste variabili.

1° CASO: ARIA GELIDA IN QUOTA E PRESENZA DI FORTI ROVESCI

Se l’altezza dello zero termico è minore o uguale a 800 metri e la temperatura media nello strato tra il suolo e tale quota si mantiene inferiore o compresa tra +1/+2°c, allora è altamente probabile che la neve scenda fino in pianura senza perdere le proprie caratteristiche iniziali, sempre che le condizioni alle quote superiori rimangano favorevoli.

Qui infatti entra in gioco la colonna d’aria che, se molto fredda alle quote più alte dell’atmosfera, può mantenere il fiocco di neve ben solido fino al percorso che lo porterà verso lo zero termico.

1 caso

2° CASO: ARIA FREDDA IN QUOTA, PRESENZA DI PRECIPITAZIONI DEBOLI

Se invece l’altezza dello zero termico si attesta intorno ai 1000-1200 metri è molto probabile che la neve si sciolga molto prima di raggiungere il suolo, attestando mediamente la propria quota intorno ai 400-600 metri.

Naturalmente anche qui molto dipende dal tipo di precipitazione (come detto in apertura) e soprattutto dalla qualità della colonna d’aria sia nei piani superiori sia in quelli inferiori dell’atmosfera.

In questo caso ci troviamo difronte ad una situazione meteorologica che vede la presenza di aria fredda in quota non sufficientemente instabile da determinare rovesci in grado di riversare parte del freddo presente alle alte quote in direzione degli strati più bassi.

Per questo motivo le precipitazioni risulteranno nevose fin dove la temperature dell’aria permetterà il mantenimento della struttura del fiocco, che si trasformerà poi in goccia di pioggia non appena incontra nel suo cammino uno strato d’aria che presenta valori termici positivi.

2 caso

3° CASO: ARIA FREDDA O MOLTO FREDDA AL SUOLO

Se invece lo zero termico si attesta tra i 900 e i 1000 metri, ma il valore al suolo si mantiene freddo e per lo più compreso tra +0/+1°c (ad esempio in presenza di irruzioni fredde di tipo artico-continentale) allora è molto probabile che la precipitazione risulti nevosa fino in pianura.

E’ quel che succede ad esempio in Val Padana quando si forma il “cuscinetto d’aria fredda” nei bassi strati; in questo caso l’aria umida, scorrendo al di sopra di quella più fredda presente al suolo, genera precipitazioni che facilmente si presentano nevose fino al piano.

In genere questo tipo di configurazioni vengono a generarsi quando l’aria artica si “incanala” nella Pianura Padana e rimane “intrappolata” nei bassi strati, permettendo così alle correnti più miti che accompagnano i sistemi perturbati di scorrerle immediatamente al di sopra, non riuscendo a scalzarla perchè trattasi di una massa d’aria maggiormente densa e compatta rispetto a quella mite.

Siamo difronte ad una situazione particolarmente favorevole per assistere a nevicate estremamente copiose in Piemonte (specie l’area del Cuneese e dell’Alessandrino), Lombardia ed Emilia, soprattutto quando il cuscinetto freddo si presenta particolarmente compatto da resistere, per un certo periodo di tempo, agli “attacchi” dell’aria calda proveniente da sud.

3 caso

4° CASO: ARIA MITE NEI BASSI STRATI

Se lo zero termico si attesta tra i 500 e i 600 metri ma la temperatura al di sotto di esso si mantiene superiore ai +3/+4°c è invece impensabile, o quanto meno molto difficile, che la neve possa scendere fino al suolo.

Ci troviamo dinanzi ad una situazione in cui correnti di aria più calda al suolo riescono a scalzare facilmente il cuscinetto freddo presente nei bassi strati (avvenzione calda di una certa consistenza).

4 caso

ALTRE VARIABILI CHE INFLUISCONO SU QUESTA DINAMICA

Andiamo adesso ad analizzare le variabili di questi processi spiegando come sia anche e soprattutto l’umidità una delle particolarità fondamentali affinchè la neve possa mantenersi compatta fino alle quote di pianura. Se infatti in uno strato d’aria compreso tra i 600 e 1100 metri l’umidità relativa si mantiene bassa, intorno al 30/40% (quindi siamo in presenza di aria secca) è molto probabile che il fiocco evapori durante la caduta, rendendone più difficoltoso un eventuale arrivo al suolo. Dunque, in questo caso, con molte probabilità la neve raggiungerà le pianure solo se la quota dello zero termico si attestasse tra 400-500 metri e sempre che la temperatura immediatamente al di sotto di quello strato lo permetta.

Sappiamo altresì che un fiocco di neve più è grande e più resiste a temperature anche superiori allo zero e questo dipende naturalmente soprattutto dall’umidità della massa d’aria a tutte le quote (e non solo al suolo) e dall’intensità dell’evento precipitativo in atto in quel determinato momento.

Avrete dunque intuito che le condizioni favorevoli per osservare una nevicata non sono affatto di facile intepretazione e le variabili che entrano in gioco in questi casi sono davvero tantissime e tutte di importanza ragguardevole. Ecco perchè infatti sono necessari degli studi più approfonditi per stimare l’esatta, o quantomeno grossolana, stima della reale quota neve, che può variare anche al minimo cambiamento dei quattro casi descritti nel corso dell’editoriale.

Il GELICIDIO (O PIOGGIA CONGELANTE)

Un altro fenomeno da approfondire è sicuramente quello legato al gelicidio (o pioggia congelante). Di cosa si tratta? Il gelicidio è un fenomeno che vede le gocce di pioggia cadere al suolo e ghiacciare su di esso nonostante la presenza di temperature prossime o persino leggermente inferiori allo zero nella colonna d’aria immediatamente presente in prossimità del suolo stesso.

Questo fenomeno si genera a causa della sopraffusione (raffreddamento di un liquido al di sotto della sua temperatura di solidificazione) e si verifica quando al suolo è presente uno strato di aria fredda o molto fredda (quindi con temperature inferiori a 0°C) cui scorre immediatamente al di sopra uno strato d’aria più calda che consente la fusione del fiocco di neve precedentemente caduto dalle nubi.

Non appena le gocce di pioggia cadono sulla superficie fredda congelano immediatamente, formando in questo modo uno strato di ghiaccio liscio, omogeneo e soprattutto molto scivoloso (una situazione questa che può creare disagi alle persone e ai mezzi di trasporto). Una nota importante: il gelicidio non deve essere assolutamente confuso con la brina (molto più comune e frequente), che è invece un fenomeno molto comune in Italia (specie la brina da irragiamento) ed è frequente soprattutto durante le notti invernali, in presenza di cielo sereno e assenza di vento, condizioni queste necessarie che favoriscono la dispersione del calore. Si forma quindi per il “brinamento” del vapore acqueo su una superficie fredda.

GELICIDIO

Rinaldo Cilli

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