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E’ stata scoperta sul versante orientale del Monte Cagno, in Abruzzo, l’impronta più grande di dinosauro bipede mai ritrovata, fino ad ora, in Italia. Questa traccia è altresì affiancata da una quarantina di altre orme più piccole tracciate da dinosauri bipedi molto probabilmente di specie carnivora, che durante l’età del dinos AnbruzzoCretaceo si trovavano a “passeggiare” lungo le spiagge tropicali molto simili alle attuali Bahamas, che occupavano a quel tempo buona parte del Centro Sud della nostra Penisola. La scoperta, che farà sicuramente parlare moltissimo di se nei prossimi mesi, è stata pubblicata sulla rivista Cretaceous Reasearch dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dall’Università Sapienza di Roma.

Stando alle spiegazioni del geologo e palentologo Paolo Citton, dell’Università La Sapienza, “è altamente probabile che l’orma, affiancata da una simile e parallela, sia stata lasciata da un terapode gigante in posizione accucciata mentre riposava. Le altre orme vicine, invece, sono alternate e più allungate; con molte probabilità sono state lasciate da altri dinosauri, almeno un paio, che camminavano affondando nel fango. E’ però decisamente impossibile dire se fossero compagni di viaggio o se le orme siano state impresse in giorni dinossuccessivi”. Citton prosegue poi affermando che “l’orma è lunga ben 135 cm e sono nettamente riconoscibili le impronte delle dita, la traccia allungata dei metatarsi e il segno dell’articolazione della caviglia“.

Certo è, tuttavia, che queste tracce sono osservabili su una superficie calcarea situata ad un’altezza ben superiore ai 1900 metri e sono raggiungibili solo in assenza di accumulo nevoso al suolo partendo dal paese di Rocca di Cambio, in un’escursione della durata di almeno due ore. Citton conclude affermando che “le tracce potranno aggiungere particolari molto interessanti riguardanti la fauna dinosauriana italiana, oltre a confermare quelli che sono gli scenari di ripetute migrazioni dal continente Gondwana (che riuniva Africa, Sud America, Antartide, India e Australia) alle piattaforme carbonatiche dell’area mediterranea, che risultavano accessibili solo ed esclusivamente con l’abbassamento del livello del mare”.

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