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Le storie di Neve Appennino: Il casino delle tre vedove

Il Casino delle tre Vedove, una storia raccontata da Thomas Di Fiore

Arrivando a Forca di Penne, dal versante aquilano, o certamente lasciandolo da quello pescarese, sulla base del Monte Picca, si nota un grosso casolare oramai abbandonato, in mezzo a dei boschi di faggio, roverella e querce.

L’aspetto del rudere, avvicinandosi a piedi, è quello che ricorda quasi un monastero immerso in quel luogo senza tempo,posto più in basso del valico stradale di Forca, con a nord il crinale meridionale del Monte Scarafano ed a sud appunto il Monte Picca.

A chiudere l’orizzonte, per cui molto circoscritto ad occidente, c’è il boscoso Colle Capone, coperto da alberi di leccio.

Il casino delle tre vedove un tempo veniva chiamato così per essere stato abitato tantissimi anni addietro, da tre sorelle, rimaste vedove in giovane età. Quel che ne resta, ora, da tempo, viene chiamato, il casino della sportella e si racconta che…Andando a ritroso nel tempo, i ruderi diventavano solide mura, per essere una casa vera e propria.

Qui tra tanta felicità e dedizione al lavoro, vivevano tre famiglie : erano composte da tre fratelli di origini carrufesi, frazione di Villa Santa Lucia, che a loro volta  avevano sposato tre sorelle. Da queste famiglie nacque tanto di prole , ad accentuare la felicità di tutti.

Purtroppo però, la felicità non durò molto…una terribile disgrazia di li a poco avrebbe colpito la bellissima comunità. I tre robusti uomini sarebbero  morti in circostanze a dir poco drammatiche.

Un giorno, mentre il più grande ed il più piccolo dei fratelli erano intenti a lavorare il loro terreno, di colpo vennero circondati dai briganti che da tempo infestavano quella zona ( molto probabilmente quella di Colaferro).

A quanto pare, il maggiore dei fratelli, Vincenzo, fu rilasciato subito, ma con l’obbligo di far avere alla banda di circa 4 masnadieri, i viveri per una settimana, visto che rimasero nascosti nei boschi li intorno poiché braccati. In questi casi come ben si sapeva, ogni cosa che Vincenzo avrebbe fatto, non di gradimento ai banditi, sarebbe stato tradimento e fucilazione prima al fratello minore e poi a lui stesso.

E’ così controvoglia, ogni mattina molto presto, cercò di organizzarsi con due muli, da solo per portare cibarie ai malviventi, pur di contribuire alla liberazione dell’amato fratello dopo pochi giorni. Purtroppo il destino era segnato, in quanto nella mattina dell’ultimo tragitto, mentre stava entrando nel bosco ,sentii gridare “mani in alto! “

Il tizio ripetè la frase più di una volta , mentre molte canne di fucile gli si puntarono contro … un gruppo di gendarmi gli sbarrò la strada . Vincenzo non potè fare altro che lasciare la cavezza ed alzare le mani.

Certo, fu un duro colpo per il malcapitato che si era messo a servizio di una banda di delinquenti per amore del proprio fratello; chissà quali pensieri gli passarono per la testa, chissà, capendo che molto probabilmente poteva essere la fine sua e di suo fratello….

Il comandante, infuriato come non mai, gli fece tuttavia una proposta : quella di accompagnare tutti loro al covo dei briganti  con Vincenzo avanti e l’arma dietro a distanza, raccomandandosi di non fare qualche cosa che avrebbe  richiamato all’attenzione dei delinquenti. Circa 30 minuti dopo  lungo la mulattiera nel bosco, di colpo si sentii uno sparo, cui il suono si disperse nell’area circostante, che partii da una fratta lì vicino. Vincenzo cadde a terra esanime, morto, già quando arrivarono i guardiani. Purtroppo una vedetta della banda si appostò , come sicuramente fece altre volte , non fidandosi appunto del malcapitato.

Tutti potete capire cosa successe al fratello minore ; per alto tradimento , come loro chiamavano il gesto, fu giustiziato ben presto. Il corpo del povero giovane fu trovato appeso ad una grossa quercia, nella valletta delle Pratelle, ai piedi della Ripuccia, quando si sale al Monte Picca. Sul tronco della quercia, infisso da un pugnale, un cartone, con la scritta “La banda di Colaferro tutto perdona ma non il tradimento”.

La tristezza scese su quelle famiglie: due vedove ed una sorella che rimase con il proprio marito e tanti figli, che appunto rimasero alle responsabilità dell’unico rimasto, il secondo.

Forte più che mai, in una fredda mattina d’autunno, partì per recarsi al vicino bosco per tagliare la legna. Era lì da qualche ora e mentre abbatteva un vecchio faggio, ecco che un grosso lupo gli si parò dinanzi. Di fretta tirò fuori l’ascia, sentendosi sicuro di annientarlo quattro e quattro otto. Ma il manico si ruppe… e rimase così solo con le sue poderose  e forti mani. Una lotta estenuante  fra tutti e due  con il grosso lupo che conficcò i denti al collo dell’uomo mentre lui tentò di strangolarla  con le mani. Tra lotte e rotolamenti per il prato , i due arrivarono sfiniti e senza vita davanti al casale, in un lago di sangue e davanti alla disperazione delle tre sorelle vedove.                                                                                                                Thomas Di Fiore

E’ stato consultato il volume : “ I racconti della montagna”

                                                     di Antonio Verna

                                                     Ed. Italica – Pescara 1969.