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Ghiacciaio del Calderone: “evidente perdita di massa di diversi metri”, la parola al geologo

Ghiacciaio del Calderone, parla l'esperto: "perdita di massa di diversi metri evidenti, ma dati vecchi di 20 anni". Ecco la situazione e cosa aspettarci.

Continuano ad emergere importanti ed interessanti novità in relazione al Ghiacciaio del Calderone, che tanto ha fatto parlare di se in quest’ultimo periodo. Se la situazione rimane ancora decisamente ingarbugliata, ad intervenire per cercare di sistemare, o quantomeno, spiegare scientificamente i fatti è il geologo Massimo Pecci, che così riferisce: “Per quel che riguarda il ghiacciaio del Calderone evidenziamo una perdita di massa generalizzata di diversi metri, ma stiamo parlando di dati che risalgono a circa venti anni fa“. Il geologo spiega nei dettagli, attraverso una lunga nota, tutta una serie di evidenze scientifiche in riferimento al ghiacciaio del Calderone, provando dunque a mettere una volta per tutte in chiaro una situazione che negli ultimi giorni si è fatta davvero intrigata. Riportiamo qui di seguito la nota completa:

“Non voglio entrare nel merito di una approfondita discussione scientifica sulla criosfera del Gran Sasso d’Italia che, a mio modesto parere, per essere effettivamente innovativa e non sensazionalistica o basata sui desideri (anche legittimi) di un ritorno ai vecchi tempi dei ‘veri inverni’ necessita di nuovi dati sperimentali presi sul campo, che vengano successivamente analizzati e validati in maniera robusta, per avere dei risultati credibili da poter diffondere alla comunità scientifica e alla popolazione. Mi limiterò a fornire alcuni dati e chiarimenti, rimandando gli eventuali approfondimenti alla numerosa bibliografia scientifica (in parte a mio nome), presente anche su internet e a doverose precisazioni nella parte dell’articolo in cui sono chiamato direttamente in causa.

Per quanto riguarda lo spessore di ghiaccio del ghiacciaio del Calderone, che dall’anno 2000 si è separato in due placche (glacionevati) separati da una strettoia centrale nella quale affiora il calcare tipico della successione del Corno Grande, certamente di riferimento è il rilievo Georadar effettuato (vado a memoria, quindi, mi si perdoni, i dati sono da controllare) nel 2015 a cura dell’Associazione meteorologica Caput Frigoris (di L’Aquila) da Monaco e Scozzafava, che ha messo in evidenza ancora circa 25 m nella parte centrale più depressa della placca inferiore del Ghiacciaio.

Per quanto riguarda la zona centrale e la placca superiore bisogna fare riferimento ai rilievi georadar da me condotti per l’Ispesl, circa 20 anni fa, nel luglio 1998-luglio 1999 che hanno evidenziato un massimo di circa 27 m di ghiaccio nella depressione basale, di circa 1 m in corrispondenza della strettoia (a fine estate 2000 il ghiacciaio si è separato in 2 placche, confermando, la bontà dei rilievi, e di circa 15 m nella placca superiore).

I dati relativi allo spessore dell’intero ghiacciaio risalgono a 20 anni fa e il dato di spessore relativo alla depressione basale registrato nel 2015 ha necessità di essere interpretato in uno scenario che, negli ultimi anni, ha portato al progressivo collasso dell’area, che suggerirebbe quindi una ben più pronunciata riduzione di spessore di quanto non evidenziato dai dati del 1999 e del 2015 (sostanzialmente simili), tenendo anche conto del segnale dei bilanci di massi degli ultimi 20 anni, che sono stati condotti sotto la mia responsabilità per conto degli organismi di monitoraggio glaciale nazionale (Comitato glaciologico italiano) e internazionale (World glacier monitoring service) che evidenziano una perdita massa generalizzata di diversi metri.

Essendo stato chiamato in causa personalmente, in particolare, in merito al nevaio nel vallone delle Cornacchie, nei pressi del rifugio Franchetti, ad una quota di 2400 m, mi limito a chiarire che circa 10 anni fa, poco prima della chiusura dell’Istituto nazionale della Montagna, in un articolo sull’ultimo numero, il 35, di Slm (la rivista dell’Istituto) così scrivevo: “… è importante segnalare che nel corso degli ultimi tre anni, a partire da settembre 2006, sono funzionanti due centraline di monitoraggio della temperatura del suolo in alta quota: la prima in corrispondenza del nevaio perenne in prossimità del rifugio Carlo Franchetti del Cai sez. di Roma, al di sotto della Sella dei Due Corni ad una quota di 2400 metri circa (all’interno del circo glaciale inattivo) nella testata della Valle delle Cornacchie e la seconda localizzata a valle dell’ultimo nevaio che si incontra salendo dalla Sella dei Due Corni, a quota 2600 metri circa, prima di entrare nel circo del Ghiacciaio del Calderone. I risultati preliminari ottenuti nel corso dei primi due anni (2006-2008) di misure della temperatura del suolo sono disomogenei nei due siti e, mentre per quello a quota superiore sembrano indicare la presenza e l’azione del solo gelo stagionale (durante l’autunno e l’inverno), per quello a quota inferiore, invece, evidenziano la presenza di permafrost attivo; se si tiene conto della definizione di permafrost come: ‘qualsiasi materiale che rimane al di sotto della temperatura di 0°C per più di due anni’, oltre al dato quantitativo e strumentale la sua presenza sembra confermata, anche, dalle forme che improntano il detrito oggetto dei rilievi.

La presenza di queste forme simili a festoni, lobi e cordoni che si evidenziano su un accumulo detritico in deformazione su debole pendenza, come a valle del nevaio in questione, sono tipiche dei rock glacier attivi e, unitamente al segnale registrato dalla sottostante centralina di monitoraggio della temperatura del suolo, spingono a continuare lo sforzo di ricerca al fine di approfondire lo studio, il significato, le implicazioni e l’evoluzione della presenza del permafrost e di un rock glacier attivi, che risulterebbero, pur se di limitatissima estensione, essere gli unici sino ad ora segnalati in Appennino sulla base di misure quantitative di temperatura. Anche essi in condizione di precaria stabilità termo-dinamica”.

Preciso quindi che i dati sono di oltre 10 anni fa e chiarisco che con rock glacier (letteralmente: ghiacciaio di pietre) in geomorfologia non si intende un ghiacciaio, bensì un accumulo detritico caratterizzato da un nucleo di ghiaccio, che va a costiuire quello che con termini scientifici si indica come “Permafrost”.

Concluderei, quindi, col dire che, effettivamente, c’è la necessità, al di là degli scoop, di fare il punto sulle condizioni del ghiacciaio (e del nevaio) e sui possibili scenari futuri (i più foschi vedono le due placche ridotte a pochi metri di spessore o fuse nei prossimi anni), con dati aggiornati e confermati da analisi scientifiche. Vediamo che cosa sarà possibile fare…”